«Con somma gratitudine sono per la vita
«vostro G. Garibaldi.»
Quando fui a Caprera pei funerali del compianto Eroe, la vedova mi volle nella sua camera per dirmi, che egli le aveva raccomandato più volte di ringraziare gli amici di quello che avevano fatto per la sua famiglia, e che l'aveva incaricata di dichiarar loro che egli moriva tormentato dal pensiero che Nizza appartenesse ancora ai francesi.
Coloro che dopo la sua morte han parlato e scritto di Garibaldi, han ricordato le cento battaglie da lui vinte, la strategia del gran capitano, la preveggenza e la calma di lui sul campo di battaglia.
Io non sento il bisogno di ripetere le stesse cose, perchè nulla direi di nuovo e nulla aggiungerei a ciò che tutti sanno.
Sul campo di battaglia Garibaldi era un veggente. Il suo viso splendeva, i suoi occhi fulminei sorridevano, egli vedeva tutto, prevedeva tutto, nulla gli sfuggiva, [pg!11] avreste detto che egli assistesse ad una festa: ludum bellicum.
Era un eroe? No, più che un eroe: egli creava gli eroi, perchè accanto a lui non si poteva essere codardi.
E la codardia fu il solo peccato che Garibaldi non perdonava. Ricorderò un aneddoto.
Il 26 giugno 1860 scoppiò in Palermo una di quelle agitazioni, che si dicono dimostrazioni popolari. Era la prima del genere, ma sventuratamente non fu l'ultima, perchè essa fu di esempio ai partiti, i quali poscia ne usarono e ne abusarono. Le grida di morte e di evviva, gli schiamazzi indescrivibili giunsero alle orecchie del Dittatore, il quale ordinò che una deputazione si presentasse da lui per informarlo dei desiderii del popolo. Quattro o cinque tribuni improvvisati salirono le scale del palazzo reale e furono tosto alla presenza di Garibaldi. Ed egli:
—Che vuole il popolo?