—La dimissione del Ministero.

—Va bene. Ma chi mettereste al posto di coloro che oggi governano?—

E qui, uno della deputazione uscì fuori con una carta, nella quale erano scritti [pg!12] sette od otto nomi. Il Dittatore, letto il nome di colui che era a capo della lista, rispose immantinente:

—Non lo voglio, perchè questo fugge nei pericoli, e noi abbiamo bisogno di persone che affrontino il fuoco.—

E poichè mi è caduto dalla penna la parola dittatore, mi permettano i lettori che io ne spieghi il significato, e dica in qual modo Garibaldi esercitasse il suo ufficio sovrano. Ricordando ch'egli era un soldato e che l'unione in un uomo dei poteri civili e militari mena spesso al dispotismo, più d'uno potrebbe in questo argomento cadere in errore.

Garibaldi aveva molta dimestichezza coi classici antichi. Egli conosceva a menadito la storia della repubblica romana, ed ammirava il valore e la sapienza dei suoi capitani. Egli ricordava sovente, che in tempo di guerra la salute della patria s'era dovuta alla dittatura.

Il 12 maggio 1860, alle 4 1/2 del mattino, uscivamo da Marsala per avviarci verso i monti vicini. Precedevamo Garibaldi, io ed un altro condottiero dei Mille. Il mio compagno impegnò il suo discorso sulla necessità della costituzione del nuovo governo, e consigliava la formazione [pg!13] di Comitati secondo lo stile del 1848. Ed il Generale:

—No, mio buon amico. Io non sono del vostro avviso. Coi Comitati avremmo il disordine. Un solo, un solo dev'essere alla testa del governo.—

Dopo questa sentenza, fu fatto il silenzio.

La sera pernottammo a Rampagallo, ed il 13 verso le 7 pomeridiane abbiamo fatto il nostro ingresso a Salemi. Il 14 fu fatto il decreto col quale Garibaldi dichiarava di assumere la dittatura in nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia.