— Ella gli fu madre finora di fatto. Essa medesima era depositaria di quella lettera di cui mi fece un mistero sin qui. Ella la rimise giorni sono a Cosimo senza consultarmi. La sua intenzione non può dunque esser dubbia ad alcuno....
— È dunque un rifiuto mascherato?...
— Forse non è che una prova a cui volle sottomettere il vostro cuore. Il vostro cuore ha parlato.
— No, signor Lanzoni. Non è il mio cuore che ha parlato finora. È la ragione, la fredda ragione. Lasciatemi riflettere; riflettete voi pure alle conseguenze di questo fatto. Vedremo domani. —
Il padre di Angela crollò il capo, ma non volle chiudere ogni adito ad una miglior conclusione di questa vertenza. Entrarono ambedue nella sala dove le due vecchie signore stavano intertenendosi sul soggetto medesimo, mentre il dottore e don Arnaldo giuocavano in disparte agli scacchi.
Rimasero un quarto d'ora prendendo il tè, senza aprirsi nè da una parte nè dall'altra, e senza trovare un altro soggetto alla conversazione. La contessa fissava ora il signor Lanzoni, ora il conte Alberto per indovinare il risultato del loro colloquio: ma non essendo riuscita ad appagare la sua curiosità, domandò il cappello e lo scialle, e invocò il solito pretesto dell'emicrania per ritirarsi prima del tempo.
Il conte le diede il braccio e partirono.
XVIII.
Mentre da una parte e dall'altra si tentava di preparare una soluzione soddisfacente all'intricato viluppo, Cosimo, che n'era divenuto il protagonista, non poteva perdonare a se stesso di aver affidato ad altri la cura di troncare il difficile nodo.
Chiuso nella sua stanza, con quel documento prezioso spiegato dinanzi a sè, non poteva risolversi a coricarsi, non isperava di prender sonno, non potea riposare il pensiero in un'idea, in un partito qualunque. Sapeva che in quel momento medesimo si trattava del suo destino, che una parola del conte Alberto stava per decidere, o aveva forse deciso una questione che oggimai era divenuta vitale per lui.