Misurando a gran passi la camera, tentava di richiamarsi le oscure rimembranze dell'infanzia, evocava nella sua immaginazione le sembianze, le parole, gli atti dell'infelice sua madre. Vi fu un momento che questa evocazione divenne per esso quasi reale: vedeva sul suo letticciuolo la povera donna estenuata e morente; udiva le sue raccomandazioni, i suoi consigli supremi! Tutto ciò gli avea fatto in quell'epoca un'impressione abbastanza profonda: ma non aveva allora che dieci anni, e la vita del pensiero era appena per lui un leggiero barlume. La natura risparmia all'età prima dell'uomo l'intensità dei dolori morali che soverchierebbero le sue forze. A poco a poco quell'impressione s'era attenuata nell'animo suo. Entrato nella casa di Angela, la vista delle nuove cose, lo studio, le occupazioni svariate aprirono alla sua mente un orizzonte più vasto. L'immagine della madre gli si presentava bensì tratto tratto, ma senza distorlo dalle sue solite cure. Ora, nello stato febrile in cui si trovava, in quella forzata solitudine, con quella lettera fatale dinanzi agli occhi, l'illusione fu sì completa, che superò l'effetto che aveva un dì risentito dalla realtà. Inginocchiato alla sponda del letto, si coperse colle palme gli occhi e restò lungamente immerso in una specie di assopimento: si riscosse inondato di lagrime, in uno stato di esaltazione difficile a descriversi. Fra i singhiozzi che scuotevano profondamente il suo petto, proferiva tronche parole di doloroso affetto. Si sarebbe detto che avesse perduto la madre in quel momento medesimo, o che almeno in quel momento sentisse per la prima volta la grandezza della perdita fatta.
Tutto ad un tratto si alzò, si asciugò gli occhi, mutò pensiero, come si vergognasse della debolezza che l'avea sopraffatto. — Piangere? — sclamò, — piangere? Mia madre è morta: le mie lagrime non potrebbero già richiamarla alla vita. D'altronde, io ho un padre, ho un padre da qualche giorno. Io lo conosco, io voglio darmi a conoscere a lui come figlio. Perchè mi sono lasciato persuadere a commettere ad altri questa prima rivelazione di due cuori? Questa non può essere materia di trattative, non può essere argomento di transazioni legali. Questa lettera! Ah! se i miei diritti non avessero altro fondamento che questo, se i miei rapporti coll'autor de' miei giorni non fossero che un diritto dinanzi alla legge, che m'importerebbe oggimai? O il cuore parlerà al cuore, e la voce della natura si farà sentire in entrambi, o noi resteremo stranieri, ed io morrò orfano come vissi, e non tarderò molto a raggiungere la sventurata che mi portò nel suo seno. — Andiamo.... — E si levò per uscire dalla sua stanza. Ma nell'aprire la porta s'accorse che la lucerna ardeva ancora, e ch'egli avea passato la notte senza coricarsi. Aprì la finestra. Era l'alba. Spense allora il lume e stette a guardare i primi albori dell'orizzonte. Il parco avvolto ancora di una nebbia trasparente si spiegava dinanzi al suo sguardo. Riconobbe e salutò ogni albero, ogni macchia, ogni cespo di rose. Una lieve brezza, che gli spirava nel volto, rinfrescò le sue guance e la fronte accesa dal bollor della febbre. Quella calma ineffabile della natura si propagò a poco a poco nell'animo suo. La fantasia diede luogo alla riflessione, e s'accorse che bisognava attendere qualche ora prima di potersi recare alla casa del conte. Si gettò adunque così vestito sul suo letticciuolo, e gustò un'ora di un sonno leggiero e balsamico che ristorò le sue forze e calmò l'eccitamento febrile che l'avea scosso.
Svegliatosi a giorno chiaro, non attese il parere nè il consiglio degli ospiti suoi, temette non ponessero ostacoli impreveduti alla sua determinazione, uscì, s'avviò senza più a casa d'Andria. Bussò, gli fu aperto, salì le scale, chiese del conte Alberto. Gli fu risposto essere ancora nel suo appartamento: tornasse più tardi se volesse alcuna cosa da lui. Chiese d'attendere, dicendo che aveva una cosa importante a communicargli, quanto prima il potesse. Il domestico non aveva, a quanto pare, alcuna istruzione in contrario; onde gli fu permesso di rimanere e di attendere nel vestibolo interno della casa. Mezz'ora dopo fu chiamato e introdotto nell'appartamento del conte Alberto che l'aspettava, preparato più o meno alla scena che non poteva evitare.
Il conte se ne stava seduto in veste da camera dinanzi a un leggìo. La sua faccia era o pareva tranquilla come d'uomo che avesse preso già il suo partito. Cosimo gettò per istinto un rapido sguardo sopra quel volto, e sentì come una mano fredda stringergli il cuore. Il suo primo movimento era stato quello di gettarsi alle ginocchia, tra le braccia di colui che sperava poter nominare col più sacro dei nomi: ma il suo aspetto freddo e impassibile lo arrestò. Pallido, perplesso, tremante, trovò appena la forza di balbettare il nome di padre, e cadde semivivo sulle ginocchia. Il conte non avea preveduto questo esordio: il suo cuore ne fu scosso suo malgrado, si alzò, si avanzò verso Cosimo, e lo sollevò da terra visibilmente commosso. La natura avea parlato e sconcertati inopinatamente i calcoli dell'egoismo. Il giovanetto, aprendo gli occhi, s'incontrò con quelli del padre suo, e diede in un pianto dirotto che compì l'opera e fu per decidere del suo destino.
Ma improvvisamente la contessa, avvertita senza dubbio di questa visita, entrò nella stanza. Arrossì di collera e di dispetto vedendo l'attitudine e indovinando le disposizioni del conte. — E voi — prese a dire — e voi, figlio mio, vi lasciate sorprendere dagli intrighi di codesto visionario? Davvero che non metteva conto di viaggiare per tanti anni l'Europa, per prestarsi con tanta bonarietà ad una tale commedia. Non abbiamo noi fatto abbastanza per questo povero aborto? —
Cosimo si levò impetuosamente a queste parole e stava per rispondere alla nobile donna: ma Alberto non gliene lasciò il tempo. Pregò la madre a lasciarli soli un istante, e l'assicurò che nulla avrebbe fatto o risolto senza dipender da lei. La contessa non osò insistere, e gettando su Cosimo uno sguardo minaccioso e sprezzante, si ritirò nella stanza vicina, lasciando socchiusa la porta.
Cosimo s'accorse dell'impressione sfavorevole che questo incidente aveva lasciato nel conte Alberto; ma non si perdette d'animo, e tratta di tasca la lettera sottoscritta dal conte: — In nome di mia madre — sclamò, permettetemi di chiamarvi padre; chiamatemi figlio una volta, e tutto sarà dimenticato. Mia madre vi perdonerà dal cielo, ed io vi adorerò sulla terra senza esigere, senza chiedere, senza desiderare altra cosa.
— Calmatevi, — rispose il conte. — Io son disposto a fare per voi le parti di padre. Non ho aspettato la presentazione di quel documento per darvi qualche prova dell'interesse che sento per voi. Quel documento non potrebbe conferirvi alcun titolo nuovo alla mia benevolenza. Io ho conosciuto la sfortunata che vi ha dato alla luce; non vo' negare di aver avuto per essa un attaccamento che mi potè indurre ad un passo irriflessivo... a promettere una cosa che non dipendeva da me il mantenere. Vi hanno forse fatto credere che la legge avrebbe riconosciuta la validità di quella promessa...
— No, no — interruppe Cosimo. — Nessuno mi ha fatto credere questo. S'io non ho alcun diritto sul vostro cuore, non ne spero, non ne imploro altri. Prendete, signore: ecco il testamento della povera madre mia: ecco la lettera che mi ha fatto conoscer mio padre. Che voi mi riconosciate o no come figlio, i miei sentimenti non possono esser diversi da quel che sono. Credetemi, padre mio, non vengo a chieder da voi nè titoli, nè fortuna. Fossero anche scritti nel modo più valido e più legale su questo foglio i diritti più sacri e più incontrastabili, ecco il conto che ne farei. — Così dicendo lo lacerò in cento pezzi e lo gettò dall'aperta finestra. — Ora non vi è più — riprese — nessun indizio, nessuna prova della mia nascita, dei nostri rapporti. Per questo io sono venuto nella vostra presenza, eludendo la vigilanza e opponendomi forse alla volontà de' miei protettori. Ho lasciato parlare il mio cuore. Mi appello al vostro, e aspetto ai vostri piedi, qualunque sia per essere, la parola che farà di me o un figlio felice o un orfano sventurato. —
Il conte non resistette alla toccante eloquenza di quest'atto e di queste parole. Sollevò un'altra volta da terra il povero Cosimo, lo strinse carezzevolmente fra le braccia, e le sue labbra mormorarono involontariamente il nome di figlio.