La contessa era stata spettatrice di questa scena dalla porta socchiusa. Ella aveva veduto con gioja fatto a brani quel foglio ch'ella avrebbe comperato a prezzo d'oro. Oggimai le pareva d'esser sicura da ogni pericolo, da ogni scandalo, da ogni processo. Non pensò dunque ad intervenire un'altra volta in quel colloquio che credeva senza conseguenza.
Ma ella s'ingannava di tutto punto. Cosimo, obbedendo a un impulso del cuore, ad un istinto di generosità naturale, avea tocco sul vivo l'animo impreparato del conte. Questi si era munito di tutte le ragioni e di tutti i cavilli per ribattere una domanda legale: ma non avea saputo resistere al grido della natura, alla voce arcana del sangue, a quella prima fonte di bontà che l'amor di Teresa gli avea aperto nel cuore. Tornò per un momento giovane, affettuoso, immemore della vanità e delle fredde convenienze sociali. Trovò nella fronte, negli occhi, nel nobile atteggiamento di Cosimo una reminiscenza toccante della donna che aveva amato, e un lampo di somiglianza con se medesimo. Non pensò, non s'accorse che aveva dinanzi, che stringeva fra le braccia un povero contraffatto che la cura ortopedica avea reso poco diverso da quel di prima. In una parola il ghiaccio era rotto: Cosimo avea vinto.
— Vanne — gli disse il conte, — ritorna a' tuoi protettori. Di' loro come t'ho accolto. Oggi verrò a trovarti colà, e c'intenderemo d'accordo sul partito da prendersi per l'avvenire. —
XIX.
Reduce a casa Lanzoni, Cosimo, fuor di sè per la gioja, domandò di Angela. Era nel suo giardino, nel giardino delle male erbe. Corse a lei difilato, e tutto acceso in volto e raggiante per l'ottenuto trionfo, le gridò da lungi, appena la vide: — Madre mia, madre mia! Ho un padre; ho ritrovato mio padre! —
Entrarono entrambi nella capannuccia di paglia che sorgeva presso al cancello di ferro e sedettero. Egli ne avea ben mestieri. La novità e la grandezza delle emozioni aveano soverchiato le sue deboli forze. Stette un buon quarto d'ora senza poter raccontar chiaramente alla sua madre adottiva ciò che aveva ottenuto. Quando narrò del documento lacerato e gittato dalla finestra, Angela lasciò cadere due grosse lagrime, ed abbracciò il povero e generoso suo allievo con tutta l'energia dell'affetto. Egli l'avea indovinata, avea giustificato le sue speranze, le sue previsioni; era degno di lei!
Quel bacio, quell'amplesso, quella tenera e viva espansione della bella giovanetta posero al colmo, raddoppiarono la gioja, la felicità dell'orfano fino allora diseredato, e che ora tutt'ad un tratto toccava l'apice dei suoi desiderii. Questa nuova febbre di giubilo che commosse l'anima sua, insueta a tali emozioni, si dipinse negli sguardi, nella fronte, in tutti i lineamenti del viso, sì che in quel momento ei brillò di una bellezza morale, di un'espressione così ineffabile, che sorprese la sua protettrice medesima, avvezza pure a considerarlo attraverso il prisma della sua materna benevolenza. Ah! l'umana natura ha bisogno della felicità per manifestarsi nella sua vera sembianza!
Cosimo taceva guardando la sua giardiniera, quella che l'avea coltivato, con una tale espressione di tenerezza, che tutti gli affetti più dolci di figlio, di fratello, di amante vi apparivano e splendevano insieme.
Fu il punto culminante della sua vita. Vi è nel successivo sviluppo di un fiore un istante brevissimo in cui le sue foglie, i suoi stami, il suo profumo prendono un'armonia di forme, un'intensità di vita ineffabile. Un momento dopo tutta quella grazia, quella freschezza, quella espansione declinano. Quel fiore ha vissuto. Lo stesso avvenne di Cosimo.
Giacinto venne a interrompere questa breve felicità recando alla padroncina una lettera che era stata portata poc'anzi.