Era una lettera, come ognuno facilmente indovina, del conte Alberto.

È facile presupporre che la lettera di Angela non era stata straniera all'accoglienza che Cosimo aveva ottenuto quella mattina. Ma, pur lasciando alla natura il merito principale di quel risultato, il conte non era tale da lasciarsi sfuggire una buona occasione per farsi un merito presso alla desiderata fanciulla. Le scriveva dunque che il foglio che avea trovato rientrando la sera antecedente avea mutate le disposizioni in cui l'aveva lasciato il colloquio avuto col padre di lei. Come non riconoscer per figlio un essere qualunque ch'ella avea risguardato ed amato per tale? Chiedeva dunque il permesso di considerare quel giovanetto come un vincolo comune, come un'arra della sua adesione all'adempimento dei suoi più vivi desiderii. Nella giornata egli si proponeva venire per prendere, d'accordo col signor Lanzoni, le necessarie misure intorno al formale riconoscimento di Cosimo; gradisse intanto l'omaggio che a lei ne faceva, e l'espressione rispettosa de' suoi sentimenti. La lettera era garbata e piena di quella eleganza di forme che l'uso della società sa trovare; pure, in quel momento non poteva che far discendere dal loro cielo quei due cuori poetici. Ella fece ad Angela l'effetto che farebbe su noi una polizza da pagare dopo un breve ed effimero godimento.

Angela parve rassegnarsi alle conseguenze che prevedeva, e cercare negli occhi di Cosimo e nella espressione della sua felicità la ricompensa di un sacrificio che prevedeva inevitabile in un tempo più o meno lontano.

Ma gli occhi di Cosimo dimostravano in quel momento una ben diversa emozione. Un'idea che fino allora non si era formulata nella sua mente, un'idea che le speranze e i timori di quei giorni avevano soffocata nell'animo suo, brillò allora come un lampo sinistro alla sua fantasia. Egli non osò pronunciare una sola parola: ma il mortal pallore che coprì le sue gote, il sudor freddo che bagnò la sua fronte spaventarono la povera Angela che, senza vedere il fondo della cosa, ne intese abbastanza per sentirne ella stessa un brivido involontario per tutte l'ossa.

Tutte queste emozioni così diverse, così straordinarie avrebbero sopraffatto una più forte natura che non era quella di Cosimo. Ei soccombette. Angela, spaventata, dovette richiamare Giacinto che lavorava poco lontano, e tutti e due sorressero Cosimo, e lo condussero nella sua stanza in uno stato di crisi nervosa che durò lungo tempo prima di permettergli l'uso de' sensi. Il signor Lanzoni ne fu avvertito, e informato della visita che avea fatta e delle conseguenze felici che ne aveva ottenute, attribuì quel deliquio alla gioia improvvisa, allo sforzo fatto, alla notte vegliata. Obbligò il giovanetto a coricarsi, a prender riposo, e riporre in calma i suoi spiriti. Permise ad Angela di rimanere presso all'infermo, finchè avesse mostrata disposizione a dormire, e, senza dirlo, mandò a chiamare il dottore.

Non andò molto che Cosimo si assopì, ma non fu già questo quel sonno benefico che ristaura e risana. Fu un nuovo periodo, una nuova fase della crisi che l'avea colto. Angela, che per un momento lo credette addormentato davvero, si dispose sulla punta de' piedi a lasciare la stanza. Ma un gemito sordo e straziante partì dal petto profondo dell'ammalato. — Non partire, non lasciarmi, Angela della mia vita. Pochi momenti mi restano a vivere sotto queste forme disgraziate e già prossime a sciogliersi. Rimani! Tu sola mi potresti comprendere! Tu sola attenuare la pena del mio passaggio a una nuova esistenza.... —

Angela si fermò come fosse sotto l'influenza di un comando magnetico. Si assise accanto al letto di Cosimo senza parlare, e pose la sua mano fresca e lieve sulla fronte di lui secca e ardente per febbre. A poco a poco i lineamenti dell'ammalato si ricomposero in una calma serena. La pelle sotto la mano di Angela si coprì di un dolce madore. Quella specie di catalessi divenne sonno, ma il viso e la bocca continuarono ad atteggiarsi a varia espressione, come uno specchio dinanzi al quale passassero varie e diverse prospettive, ora amene e ridenti, ora selvagge ed ingrate.

Cosimo continuò a parlare come sognando, ma senza dirigere il discorso alla sua suora di carità. Ei vedeva certamente nei suoi sogni la bella inglese della quale avea tenuto parola in una delle sue lettere, e parea l'esortasse alla solitudine. — No, Evelina, — diceva — voi non potreste mai esser riamata dell'amore che meritate. Quella macchia originale lo impedirà. Rassegnatevi a passare la fase presente del viver vostro senza le divine consolazioni di un amor corrisposto. Che fa? Se avrete espiato con opere degne il peccato materno, rivivrete presto più bella ed immacolata un nuovo periodo vitale: avrete uno sposo che v'ami, e figli sani e leggiadri ad imagine vostra. Vivere senza amore.... non è vivere.... ma amare senza poter esser riamato è un inferno. Dio vi guardi dalla disperazione!... — Qui ci fu un'altra pausa durante la quale il sonnambulismo di Cosimo s'interruppe, o almeno non si manifestò con modi e con parole sì lucide.

Angela assisteva con un profondo accoramento a queste involontarie rivelazioni di una passione, che in istato di veglia il povero Cosimo non avrebbe mai palesata. Credette che il contatto della sua mano fosse causa di quella specie di allucinazione, e si provò a ritirarla. Ma i lineamenti dell'infermo si contrassero tosto dolorosamente, onde la buona giovanetta non osò insistere, e tornò alla prima attitudine. Da lì a un istante i primi fenomeni di calma si riprodussero, e il sonniloquo rivolse a lei la parola quasi vegliando, ma senza aprir le palpebre, e senza aver coscienza del proprio stato. — Ascoltatemi — disse — ascoltatemi bene. Vi racconterò una storia meravigliosa. Avete voi conosciuto mia madre? La chiamavano nella contrada la bella Teresa. Era guantaja di professione, ma meritava di essere una regina. Tutti quelli che la vedevano n'erano presi d'ammirazione e d'amore. Fra questi.... un giorno.... una domenica la vide il contino. Erano fatti l'uno per l'altra: giovani e belli ambidue. Il conte diceva nel suo cuore: Oh! se tu fossi nata nobile e ricca! La Teresa diceva dal canto suo: Oh! se tu fossi un buono ed onesto operajo! Ebbene: il conte divenne operajo e la sposò. Ma non potè cambiare l'animo suo. L'animo rimase sempre orgoglioso, e si vergognò ben presto di aver potuto amare e sposare una povera guantaja! Egli era tutto pieno di sè, e superbo sopra tutto della propria bellezza. Un giorno che il suo animo era più che mai compreso da un ingiusto disprezzo verso l'umanità.... gli nacque un figliuolo, che fu il figliuolo del suo disprezzo, e lo animò del suo spirito impregnato di questa mala e perversa abitudine. Ne nacque una mala erba, una euforbia velenosa, uno sterpo infecondo nel quale i succhi vitali circolavano a stento, e il germe imbozzacchito non poteva svolgersi nè in fiore nè in frutto. Il conte arrossì dell'opera sua, e si vergognò della donna che senza saperlo gli avea dato mano a compirla.... La donna morì, il figlio morì.... Sì, ve lo giuro, morì! Che poteva egli fare sulla terra? Egli non poteva nè amare, nè essere amato. Le sue labbra non avrebbero mai potuto proferire la parola amore.... —

Dicendo queste parole gli occhi del povero delirante s'impregnarono di lagrime: nè queste lagrime furono sole. Angela pianse anch'essa silenziosamente, guardando con soave espressione d'amore l'essere straordinario che avea da canto.