La sua sventura, quella che fece più duro e fatale il conflitto, fu di trovare nel proprio padre un rivale, un rivale che non potea confessare, e contro cui non poteva e non voleva combattere. Si rassegnò dunque a cedere il luogo, e a morire.
Angela era troppo inesperta della vita, troppo semplice e buona per prevedere le conseguenze di questa lotta. Sentì coll'istinto del cuore di che si trattava, e più volte fu sul punto di dire al povero nano: — Consolati, io t'amo, io sarò quello che tu vorrai, madre, sorella, moglie, amica, la compagna in una parola della tua vita, l'angelo ispiratore de' tuoi pensieri e de' tuoi sentimenti. — Ma l'arrestava il timore che una tale rivelazione avesse a creare nel povero infermo speranze ed affetti impossibili. Suo padre, sua zia avrebbero essi mai consentito a questa unione stravagante e contraria ad ogni convenienza sociale? D'altronde, ella aveva implicitamente offerta la sua mano al conte Alberto, come condizione, come premio al riconoscimento di Cosimo; riconoscimento ch'ella credeva fino allora l'unico desiderio del suo allievo, l'unico bisogno dell'anima sua. La sua malattia, i fenomeni bizzarri che l'accompagnarono, le scoprirono un altro dolore, un altro ostacolo alla felicità di Cosimo, nè a questi sapeva trovare rimedio efficace, nemmeno col sacrificio di tutta se stessa.
Esitò a lungo se dovesse astenersi da ogni espansione affettuosa, o se fosse più utile far conoscere a quello sventurato che il di lei cuore avea indovinata la sua passione, e non era lontano dal corrispondervi. Così passarono i primi giorni senza ch'ella potesse risolversi a nulla, e la malattia, malgrado tutte le cure de' medici, s'aggravò per modo che si disperava oggimai di poter combatterla e vincerla.
Il conte Alberto era assiduo al letto dell'ammalato come un padre verso l'unico e ben amato figliuolo. L'affetto di Angela era stato d'esempio e di stimolo al suo. Essi lo amavano come fosse davvero un frutto del loro amore reciproco. Cosimo accettava con eguali dimostrazioni di gratitudine le cure di entrambi: ma l'occhio di Angela non avea tardato a scoprire una involontaria amarezza nello sguardo e nell'accento di Cosimo, quando il conte accostavasi a lei e le parlava dell'avvenire che li attendeva.
Questa scoperta la determinò ad aprire a Cosimo tutto l'animo suo. Un giorno ch'era sola con lui, e lo vedeva meno abbattuto del solito, gli entrò a parlare del progetto di matrimonio che pareva così sorridere al conte, gli disse che questa unione le pareva accettabile solo perchè avrebbe continuato ad essergli madre, e a prestargli tutte le cure di cui abbisognava il suo stato.
Cosimo sospirò, e non rispose.
— Perchè non rispondi? — soggiunse Angela. — Tu sai bene ch'io mi son consecrata tutta intera alla tua felicità: tu sai bene che il conte Alberto non sarebbe mai divenuto mio sposo, se non a patto di accettarti qual figlio. E se un altro nome, che quel di madre, ti fosse sembrato più desiderabile, il mio cuore non avrebbe avuto alcuna ripulsa, alcuna ripugnanza a dartene un altro. Tu sai, Cosimo, che le anime nostre si sono intese fino dal primo momento, e che nessun desiderio potrebbe sorgere nella tua, che non avesse un'eco nell'anima mia. Io sono perfettamente libera, o Cosimo, e non consentirò ad alcun legame, se non a patto ch'esso possa contribuire alla tua felicità. —
Cosimo fissò i suoi grandi occhi malinconici sopra Angela, aspirò con tutti i sensi queste parole che rivelavano ad un tempo il suo segreto, e realizzavano il più vivo de' suoi desiderii. — Angela, è egli vero ciò che mi dici? Non lusinghi tu forse con queste parole le ultime e assurde aspirazioni di un moribondo? Amarti, sapermi amato da te! . . . . . . . . . Come hai tu saputo indovinare questo secreto, ch'io sarei morto mille volte piuttosto di lasciartelo intravedere?
— Io lo so perchè amo non meno di te . . .
— Ah! taci, taci per carità . . . che nessuno lo sappia, che nessuno lo immagini mai! I miei voti sono soddisfatti, io ho raggiunto il fine della mia vita! . . . È troppo tardi, è troppo tardi! . . . — E qui si abbandonò ad un pianto dirotto che non lasciò più luogo alla voce, ed egli non potè più articolare parola.