Dopo un lungo intervallo, raccogliendo con supremo sforzo i proprj pensieri, e prendendo un tuono grave e solenne: — Angela — soggiunse — tu dài ora l'ultima prova alla nuova dottrina dell'immortalità di cui ti ho scritto e parlato sovente. Io son vicino più che non credi a toccare le soglie di quel mondo sconosciuto che rischiarerà una nuova fase della nostra esistenza. Posto fra il confine d'una vita che mi sfugge, e di un'altra che m'attende, io non posso più dubitare d'una giustizia futura che completerà la presente. La terra è un purgatorio, ove noi scontiamo le colpe passate, e ci affiniamo per meritare un migliore destino. Vi sono vite che compiono armonicamente la loro carriera, quando l'anima e i suoi organi esterni si corrispondono mutuamente. Sono quei germi ben naturati che fioriscono e fruttificano secondo la loro specie crescendo d'anno in anno in forza e in bellezza. Ma ve ne sono altri che, per mancanza d'opportuno alimento, e per cause che l'occhio umano non può discernere, abbozzano e muojono prima di avere il loro completo sviluppo. Io sono uno di questi ultimi. L'uomo è un germe che ha la coscienza di se medesimo, che ha un principio libero e attivo di cui deve render conto a se stesso e al supremo ordinatore della natura. Tu hai elevato l'anima mia a tanta nobiltà di sentimenti, di pensieri e d'affetti, che non potevano più svilupparsi negli organi difettosi che ho sortito nascendo. Qualunque sia la legge misteriosa che mi condanna ad una morte immatura, io non me ne lagno e non accuso l'ingiustizia della fortuna. Sento che io non posso morir tutto intero. Una parte di me, la parte migliore, sopravviverà alla presente esistenza, e si creerà un corpo più acconcio ad elevarsi e progredire nell'immensa scala degli esseri umani. Questa fu per me fino ad ora un'ipotesi consolante: ora è divenuta una fede. Il tuo amore mi mancava a persuadermi di quest'alta e universale giustizia: tu me lo accordi.... ebbene! io muoio contento e sicuro di rinascere migliore! —
Non era la prima volta che Angela udiva ragionare di questa palingenesi umana. Ella vi prestava attenzione come ad una graziosa e soave ipotesi, come ad una spiegazione razionale del dogma della vita avvenire. Ma giammai fino allora Cosimo aveva fatta una professione così esplicita della sua fede. Ella la udì col rispetto che si deve alle parole supreme d'un essere amato che sta per trovarsi al cospetto del misterioso avvenire. Si contentò di consigliare a Cosimo di non abbandonarsi più che non convenisse a queste divinazioni dell'infinito che stancano la mente e tolgono al cuore il necessario riposo. Non pensasse ad abbreviare la presente esistenza prima del tempo...
— No, no — riprese Cosimo. — Vedi, io sono oggimai tranquillissimo. Aspetterò senza dolore e senza impazienza la legge del tempo. Dammi quella pozione amara che ho ricusato finora di prendere. Ora non ne sentirò più l'amarezza. Vo' prolungare quanto potrò questa fase della mia vita che tu hai sparso di tanta dolcezza e di tanti conforti! —
Malgrado questa calma apparente, il medico sopravvenuto più tardi trovò cresciuta la febbre, e indebolita la fibra dell'ammalato. Egli non lo diceva ancora, ma era facile leggere ne' suoi sguardi accigliati che poca speranza oggimai più restava di guarigione.
Così passarono ancora parecchi giorni. Cosimo aveva ottenuto di lasciare il letto, e di coricarsi sopra di un seggiolone che faceva collocare dinanzi alla finestra del giardino, per vedere le cime degli alberi e gli uccelli svolazzare di frasca in frasca pieni di quella vita che a lui veniva insensibilmente mancando.
Una sera, mentre il sole tramontava sereno, e colorava dei caldi suoi raggi le bianche e leggiere nuvolette che vagavano sull'orizzonte, Cosimo chiese di vedere il conte Alberto. Egli venne in compagnia del padre di Angela. Prendendo allora la mano di questa che oggimai non l'abbandonava che per brevissimi istanti: — Mia madre — disse — mi vi ha lasciato in eredità. Io non sono stato un tesoro per voi, ma voi siete stata un tesoro inapprezzabile per me. Io me ne vado consolato dalle vostre cure, dal vostro affetto. Ma mi resta ancora a compiere una parte della mia missione su questa terra. — Così dicendo pose la mano di Angela che stringeva in quella del padre suo. — Ecco — egli disse — il testamento del povero Cosimo. Amatevi, e come mi foste madre e padre finora o d'affetto o di sangue, conservate entrambi questo carattere anche dopo la mia partenza. Chi sa? Io rinascerò sulla terra per completare la mia esistenza. Forse rinascerò vostro figlio, e il primo frutto della vostra unione sarà forse una riproduzione della mia vita sotto auspicj e con elementi migliori. Chiamatelo Cosimo in memoria di quello che oggi vi lascia. A rivederci! —
Angela piangeva dirottamente. Il conte Alberto e il signor Lanzoni avevano anch'essi umidi gli occhi di pianto. Le due mani che il moribondo aveva congiunte rimasero strette, ed egli spirò di lì a poco contemplando quell'unione come un pegno delle nuove speranze che la morte vicina facea germinare nell'anima sua!
NOTE.[5] Iapelli, celebre architetto padovano, autore del caffè Pedrocchi, e ordinatore di parecchi giardini all'inglese, che si ammirano ancora nel Veneto.