Ho conosciuto, non sono molti anni, a Trieste questo singolar personaggio. Principe e vescovo della montagna nera, riuniva in sè i due poteri, spirituale e civile della repubblica; e com'era il miglior tiratore del paese, e viaggiava armato come un aiduco, si potrebbe dire senza esagerazione che cumulava cogli altri il poter militare. Giammai capo d'uno Stato fu più assoluto e più compiuto di lui.
Aggiungasi che la natura pareva l'avesse fatto a bella posta per ciò. Ei superava di tutto il capo i begli uomini che l'attorniavano: qualità ragguardevolissima in dritto principesco, poichè la Storia Santa ci dice di Saule ch'ei dovette a cotale procerità della persona d'esser eletto re d'Israele. Egli era un asinajo della tribù di Beniamino in quell'epoca che il popolo di Dio, volendo, come le rane d'Esopo, esser retto da un re, scelse, d'accordo con Samuele, il più grande e più robusto uomo della tribù.
Ignoro se la cosa si passasse a quel modo, quando la repubblica del Montenegro si mutò in principato, e cominciò la dinastia dei Petrovich. Dirò solo che il Vladica ch'io conobbi, era ad un tempo il Saule e il Samuele di quei paesi, e univa a' due caratteri sopraddetti alcun'altra qualità che forse mancava al primo re d'Israele, poichè egli era oratore e poeta egregio, e parlava il più puro illirico della costa. Inoltre, siccome nelle sue frequenti escursioni in Europa aveva esperimentato i vantaggi della civiltà moderna, gli era nata in mente la singolare idea di farne partecipi coloro di cui governava l'anima e il corpo.
L'impresa non era delle più facili: ma pure, se dobbiam credere a lui, ci riuscì mettendo in opera certi argomenti ch'io non vo' giudicare. Prima di tutto ei pensò a circondarsi di un senato che lo aiutasse nell'opera. Poi, vedendo i paesi nostri riboccar di giornali e di libri, che governavano l'opinion pubblica, ei comperò una stamperia e la installò nel suo palazzo medesimo. Quivi si fe' giornalista e editor responsabile d'un giornale politico e letterario destinato a spandere pel paese i fiumi dell'eloquenza e i lumi della civilizzazione. Credo che fosse il primo libro stampato in quei paraggi. Il Vladica credeva aver raggiunto il suo scopo, ma non tardò ad avvedersi che mancava una cosa: mancava cioè nei montenegrini il potere e la volontà di approfittarne. Pochissimi di essi sapevano leggere.
Che poteva egli fare il povero Vladica? Trovar maestri che volessero recarsi costà per fondarvi un collegio, costava troppo per le sue finanze. Onde cambiò d'idea. Pregò i principi suoi mecenati, l'imperator delle Russie, l'imperatore d'Austria e il re di Baviera a voler ammettere qualche dozzina di giovani montenegrini ne' lor collegi di Vienna, di Monaco, di Pietroburgo. Credo infatti che ne ottenesse alcun che, e forse questi giovani missionarj indigeni avranno portato nella montagna nera gli elementi della letteratura e della filosofia cosacca e tedesca. Per disgrazia il Vladica non campò tanto da raccogliere il frutto dell'opera sua.
Ma non fu questo il solo espediente a cui ricorresse mentre fu in vita. Egli avea riconosciuto la grande utilità dei viaggi: e come non poteva far viaggiare tutto il suo popolo in persona, si limitò a farlo viaggiare in figura. Voglio dire che viaggiò egli stesso per sè e per altri. Ogni anno a Trieste, ogni due anni a Vienna, ogni tre a Pietroburgo. Riuscì per tal modo a far conoscere in quelle tre capitali i pregi e i difetti del suo principato, sul quale correvano e corrono ancora idee così storte. Quanto a lui, convien dire che ne traesse profitto. Egli ritornava sempre più gentile e aggraziato; mercè alle dame di quei paesi che s'erano incaricate di educare il suo cuore a' più nobili affetti.
Io lo conobbi al teatro una sera che madamigella Fitz-James ballò la Gisella. Il principe vescovo andò in visibilio e compose in onor della silfide parigina un grazioso ditirambo ch'io tradussi subito in versi italiani, e pubblicai ne' giornali, ciò che mi valse l'amicizia e la stima dell'illustre poeta. Credo che m'avrebbe decorato d'un ordine, ma non ce n'era alcuno nel principato. Poco male per esso e per me. Io mi ricorderò sempre della sua affabilità, del suo brio, della sua nobile alterezza, e del piacer che provava a parlarmi del suo paese e de' suoi disegni filantropici. — Voglio — ei diceva — che la montagna nera divenga uno Stato modello.
— Come farete voi, monsignore — diss'io. — Voi siete solo, e non avete a' vostri ordini tutti i mezzi di cui dispongono gli altri sovrani.
— Farò ciò che posso — rispose. — Tirerò al segno colla mia gente, beverò con essi, mi farò un poco simile a loro, per piegarli alla mia volontà, e impadronirmi del loro spirito. Così ho fatto finora, e così son pervenuto ad ammansare i più fieri. Se insorgeranno difficoltà troppo gravi, farò un viaggio, e piglierò nuova forza per continuar nell'impresa. —
Devo a questi colloqui col Vladica quel poco ch'io so sulla natura e sui costumi del Montenegro. Noi siamo così uniformi e fatti a stampo in Europa, che c'è molto da guadagnare a conoscere certe razze primitive e selvagge; se non altro per variare i nostri racconti, e uscire dalla consueta monotonia. Noi siamo come le medaglie e le monete, che a forza di passare di mano in mano e di tasca in tasca, hanno perduta l'impronta. Di qui nasce che ci annojamo, e diventiam nojosi ognor più. Un giorno ch'io deplorava questa disgrazia e declamava con maggior fuoco contro la monotonia della vita prosaica, il buon prelato ghignò sotto i baffi piacevolmente e promise di darmi un saggio di quella poesia primitiva e un po' selvaggia di che gli parevo sì vago.