La madre fece un nuovo sforzo per impedir la confisca del suo retaggio: si appellò alla religione dei due esecutori. — Voi siete Montenegrini, — diss'ella — voi sapete che cosa voglia dire una testa recisa a tradimento, e data in pascolo ai corvi. Che fareste voi, se vi trovaste nel mio caso? —

I due militi non sapevano che rispondere a siffatta interpellanza. Essi avevano comune la patria con quelle infelici. Ma gli ordini erano precisi e assoluti, e li eseguirono ad ogni costo.

Solamente il più giovane dei due s'avvicinò alla ragazza, e le disse. — Se il tuo fratel d'amore mancasse alla sua promessa, ricorri a me. Io mi chiamo Gregorio. Domanda di me a Cettigne, ed io vendicherò tuo padre. Ciò basta. Ora lasciaci eseguire gli ordini del nostro capo. Qua la camicia: voi avete la mia parola! —

III.
I fratelli d'anima.

Ho dimenticato d'informarmi chi fosse l'infelice montenegrino che si volea vendicare, e qual fosse stata la causa della sua morte: ma Yella era una bella e degna figlia della montagna, dai lunghi capelli d'ebano, dai grandi occhi neri, dalle forme svelte e robuste. Ella portava altieramente il suo berretto rosso, ornamento particolare della vergine slava, fino al dì delle nozze. L'abbigliamento della montenegrina è ricco e sfarzoso; tutto ricamato a musaico, fin la camicia e le calze. La sua dalmatica, aperta ai due lati, è tessuta a mille colori, e coi più bizzarri arabeschi. Le opanche intrecciate di sottili liste di cuojo, somigliano ai sandali antichi; e cinti e collane, e un arsenale intero di ninnoli di stagno e d'argento la cuoprono quasi tutta. Il suo berretto rosso è guernito di zecchini d'oro, infilzati e applicati all'intorno. Il patrimonio della ragazza si trova così esposto agli occhi di tutti, e ognuno sa la donna e la dote che sposa.

Yella aveva le vesti assai belle ed ornate, ma gli zecchini del suo berretto non erano molti. Suo padre non aveva avuto il tempo necessario per compiere la sua corona; quindi gli sposi non si facevano innanzi, e la giovanetta correva risico di conservare il suo berretto rosso più a lungo che non avrebbe desiderato.

Non crediate però che non ispirasse qualche simpatia nel paese. Ella aveva un fratello d'anima, un pobratimo, come lo chiamano in lingua slava. Noi civilizzati non sappiamo punto che specie di parentela sia questa. Non abbiamo nè pobratimi, nè posestrime, cioè a dire sorelle d'anima, sorelle adottive.

Questo che accenno è un costume ancora vigente fra' dalmati, fra i morlacchi, fra i serbi. Due giovanotti, due fanciulle, e spesso ancora un giovane ed una giovane contraggono questa specie d'unione fraterna che il prete benedice all'altare, e consacra dinanzi a Dio, come un vero matrimonio dell'anima. È un patto d'affetto e di difesa reciproca in caso di pericolo e di bisogno. L'amore non ha che fare in codesti legami. È raro che un pobratimo richiegga d'amore la sua posestrima: sarebbe una fellonia, un sacrilegio, un abuso di confidenza indegno di perdono e di scusa. Il fratello si consacra alla sorella per la vita e per la morte, la protegge, la difende contro le male lingue, contro i pericoli che potrebbero minacciarla. Le porterà, se fia d'uopo, la testa di quello che le ha fatto oltraggio, e dividerà con essa l'ultimo pane. La sorella alcuna volta rinuncia ad ogni altro affetto, e si consacra per tutta la vita al suo fratello d'amore.

C'è in codesto matrimonio delle anime un profumo di poesia primitiva che si crederebbe perduto, se le tribù dell'Illirio non ce ne conservassero qualche esempio.

Yella, dopo la morte del padre, avea scelto il suo pobratimo. Fra parecchi giovani della parrocchia che aspiravano a quest'onore, Vlado l'era sembrato il più degno e il più valoroso. Era troppo giovane ancora, e troppo povero per pensare ad accasarsi; e poi correva fra Yella e lui un grado di parentela, non molto prossimo, ma che sarebbe stato un impedimento canonico in quei paesi ortodossi. Furono dunque fratello e sorella, e la povera orfana potè asciugare le lagrime e affrontar più sicura i pericoli del suo stato.