Quanto a Gregorio non si deve pensare che non sentisse la grandezza del benefizio. Egli sfidava la morte quando la credeva le mille miglia lontana: ma ricorre anche qui l'antico proverbio: altro è parlar di morte, altro è morire. Quando gli fu intimata la sentenza fatale, cadde in un abbattimento da non potersi descrivere. Allora per la prima volta gli corse al pensiero il documento di cui aveva ricusato servirsi, allora si pentì d'aver trattata così duramente la povera giovane che gli aveva presentato quell'àncora di salvezza. Ora immaginate che cosa dovette pensare, quando gli fu annunziata l'inaspettata grazia, quando seppe da chi e in qual modo ei l'avea ottenuta! Domandò di vedere la sua salvatrice, voleva caderle ai piedi e pregarla ad accettare in dono tutta quell'esistenza che a lei sola doveva oggimai, dopo Dio. Ma Gentilina non avea voluto mai presentarsi al suo carcere. Ella dissimulava i suoi sentimenti, e nessun occhio poteva leggerle in volto ciò che nascondeva nell'interno dell'animo.

Passarono intanto i due anni della condanna, e Gregorio scarno e molto cangiato da quel di prima, ma più bello forse per quell'aria mansueta che aveva assunto, e che faceva un singolare contrasto col suo piglio risoluto ed altiero, Gregorio diresse, come si può credere, i suoi primi passi alla casa di Gentilina. Ella lo accolse con calma, e si sottrasse ai vivi ringraziamenti di cui la colmava. — Io non sono degno di voi, — disse Gregorio prostrandosi quasi a' suoi piedi — io v'ho offesa, v'ho calunniata, v'ho respinta quando veniste a salvarmi. Ma voi non mi avete solamente liberato, voi m'avete cambiato il cuore, voi m'avete reso meno immeritevole della vostra mano. L'offrirvi la mia non è già un compenso a quanto avete fatto per me, è un bisogno per l'anima mia, è una grazia novella che imploro da voi. — Gentilina arrossì un poco ed esitò a rispondergli. — Gregorio — gli disse finalmente — la risposta che sarei per darvi tornerebbe forse inopportuna in questo momento. Godiamo insieme senza alcuna mistura di assenzio, la dolcezza di questi momenti. Nessuno certamente è più contento di me di aver cooperato alla vostra liberazione. Ringraziatene Iddio, e andate a consolare la vostra famiglia. Domani saprete la mia risoluzione sul matrimonio che mi proponete. —

L'indomani Gregorio ricevette una lettera così concepita:

«Caro Gregorio,

»Da lungo tempo noi dovevamo esser persuasi di non esser fatti l'uno per l'altro. Le cose che successero dipoi possono aver cangiati i nostri sentimenti, ma non quanto basta per essere in quella perfetta armonia che sola può rendere desiderabile lo stato matrimoniale. Se voi m'aveste amata, se m'aveste accordata la vostra stima, non avreste sacrificato un uomo innocente alla vostra gelosia, e non vi sareste esposto alle tristi conseguenze di un omicidio. Ringraziamo Iddio che non furono così funeste quanto potevano. Quello che ho fatto, io lo doveva per debito. Non pretendo dissimulare i miei torti. Ebbi torto certamente a lasciarvi travedere un amore ch'io poteva forse sentire per voi in altro tempo, ed ora non più! D'altronde io sono già troppo vecchia: voi troverete una sposa che saprà intendervi e farvi felice. Io fui sventurata nell'unico affetto che poteva consolar la mia vita: voi lo sapete. Il mondo parlò già troppo di me, e potrà parlare ancora. Ma qualunque sia il giudicio che faranno in breve di me, son certa che avrò in voi un difensore. Addio, Gregorio: non andate in collera colla vostra amica e sorella.

Gentilina. »

Non so se la chiusa di questo racconto piacerà ai miei lettori; ma io narro una storia vera, e non mi è lecito inventare una più piacevole conclusione.

Gentilina fu irremovibile nel suo proposito.

FANNY.

OGNI MALE NON VIEN PER NUOCERE.