Or son vent'anni, viveva in una città d'Italia una bella ragazza chiamata Francesca, o piuttosto com'ella voleva, Fanny. Il nome di Francesca le pareva così prosaico, così lungo, così insignificante! Ebbe vaghezza di mutargli terminazione e si fe' chiamare Fanny. Nulla è impossibile ad una bella fanciulla, nè pure cambiarsi il nome. Ella era modista, e aveva sperimentato quanto cresce di prezzo una stoffa nostrale quando si fa passar per francese od inglese. Volle vedere se lo stesso accadesse d'un nome: si chiamò Fanny, e le parve d'essere nobilitata, e di valer per lo meno il doppio di prima.
Bisogna aggiugnere ch'ella era bella davvero: una mingherlina bionda di quindici anni con due begli occhi color del lapislazzuli, con una carnagione di latte segnata di delicatissime vene azzurre: una di quelle figure che passano per le vie e fanno girare le teste di tutti quelli che incontrano. Aveva un difetto, chè troppo sapea d'esser bella: ma quante sono le donne che non pretendano a questo titolo a dritto o a torto?
Mi domanderete se fosse anche amabile. — Sarei molto imbarazzato a rispondervi. La bellezza ha una certa amabilità per se stessa: ma per lo più, quando s'accoppia alla vanità non conserva più quel carattere. La nostra Fanny era da questo lato un po' vanesia e impertinente. Squadrava d'alto in basso le sue compagne, le compiangeva de' loro difetti, ma con quella superba compassione che non mitiga nessuna ferita. Non c'era macchia nel sole ch'ella non discernesse e non criticasse; e dove non c'era macchia reale, la sospettava. Ella calunniava il sole: non assolveva che se medesima reputandosi un modello di virtù, di bellezza, di cortesia. Di che le sue compagne l'odiavano tanto più cordialmente, quanto erano costrette a convenire de' suoi pregi esteriori. Cogli uomini poi, vi lascio pensarlo! Ora civetta, ora villana. Riuniva e alternava queste due qualità con una originalità tutta sua. Pareva ch'ella avesse proposto a se stessa di guarir coll'una l'eccesso dell'altra. Voleva innamorare gli uomini tutti, e darsi finalmente a quell'uno che si fosse mostrato degno di lei. Figuratevi qual uomo doveva esser colui! Per lo meno un re di corona. L'imaginazione d'una ragazza di quel carattere non ha limiti, rompe tutte le barriere, conquista il suo amante in seno alla gloria, lo strappa dalle braccia della regina di Golconda!
Il ritratto ch'io vi fo di Francesca, cioè di Fanny, non è lusinghiero: ma io carico forse un po' troppo le tinte per un'antica antipatia che conservo per questo brutto difetto della civetteria. Del resto Fanny non era nè senza cuore nè senza ingegno. Con una buona educazione sarebbe divenuta un angelo: abbandonata a se stessa e alla sua vanità poteva divenire tutt'altro. Apprese in poco tempo quanto le occorreva per l'arte sua, e non avea pensato più là. Leggere, scrivere, far di conto, esser dolce, compiacente, cortese non reputava necessario per nulla. Un valzer, una quadriglia sapeva ballarla. Se il portamento de' suoi piedi non era nè grazioso nè regolare, che le importava? Non bastava il suo volto, i suoi occhi, i suoi capelli a prometterle i primi onori d'un ballo?
A diciott'anni più d'uno se n'era invaghito: più d'uno avea sentito per lei una di quelle passioni nutrite e ingigantite dall'ostacolo d'una negata corrispondenza: passioni effimere ma terribili che occupano intera la fantasia e traggono spesso l'incauto che vi si abbandona, ai più deplorabili eccessi. Ella non era priva di colpa: perchè codeste passioni, se non eccitate, le aveva almen lusingate a pro della sua vanità. Una donna non suole farsi alcuno scrupolo di qualche ingannevole compiacenza, della quale nel suo stato d'indifferenza non può prevedere gli effetti. Ma non sempre resta impunita codesta civetteria, e la punizione più grande che incolga la lusinghiera è quella di rimaner vittima alfine delle altrui seduzioni. Contratta una volta la sua infelice abitudine, ella non sa più distinguere l'affetto vero dalla lusinga: ella trascura l'uomo che l'avrebbe amata tutta la vita, per darsi in braccio ad un vagheggino che sarà infastidito di lei non appena avrà espugnata la sua ritrosia.
Un giovane farmacista di buona famiglia, venuto colà per fare i suoi anni di pratica, d'un carattere dolce e tranquillo, ma che sotto un'apparenza un po' fredda copriva una forza di sentimento tanto più grande quanto meno patente; uno di quelli che non fanno all'amore, ma amano, la vedeva passare dinanzi a sè tutti i giorni ad un'ora medesima. Senza avvedersene cominciò ad aspettare quest'ora; e terminò col non pensare che a quella per tutte le ventitrè che correvano fra l'uno e l'altro momento in cui poteva veder la Fanny. Egli non le avea parlato e l'amava. Ella se n'era accorta sino da' primi giorni, e non mancò d'aggiugnerlo nella sua mente al numero di quelli che spasimavano del fatto suo: ed ora con uno sguardo soave, ora con uno sgarbo, ora con un sorriso a fior di labbra, ora con una affettata severità non mancò di tener vivo nel giovane Filippo il fuoco nascosto che ben presto dovea divampare.
Divampò: ma invano. Il giovane s'accorse che la civettuola non sentiva per lui più che non sentisse per dieci altri o più, che la vagheggiavano senza amarla. Cauto e riflessivo, dopo aver parlato due volte con lei, la conobbe; e se non potè disamarla del tutto, certo lasciò la speranza di guadagnarne l'affetto. Uomini tali non sono fatti per le passioni d'un giorno. Fece uno sforzo e si persuase di averla scordata.
Una donna del carattere di Fanny in simile congiuntura non manca per ordinario di riguadagnare con nuove lusinghe il terreno perduto; e spesso ella sente alla sua volta l'amore che l'altro non sente più. Ma era serbata ad un castigo ancora più duro. Ella dovea perdere ad un tratto quella bellezza alla quale avea sacrificato la pace di tanti. Fu colta dal vajuolo e rimase deforme.
Il giovane farmacista lo seppe dal medico che la curava e gliene prese una compassione così profonda e sincera come se ancora l'amasse. Volle vederla; e non gli mancò il mezzo di recarsi a quel letto in compagnia del medico amico suo. La povera Fanny provò uno di quei dolori che la parola non può descrivere, e Filippo s'avvide d'aver commesso un atto crudele senza saperlo. Procurò consolarla, ma i suoi conforti produssero un effetto affatto contrario. Oh! se avesse potuto trovar tra' suoi farmachi alcuno che le restituisse la perduta bellezza! Egli sarebbe stato l'uomo più felice che fosse mai! Ma le cicatrici erano troppo profonde, nè l'arte umana poteva rimarginarle. Ella era condannata a rimanere un oggetto di compassione per tutta la vita! Se non fosse stata lusingata da una secreta speranza di risanare, io credo che, vana come era, avrebbe preferita la morte ad una esistenza che oggimai non sembrava dover prometterle alcun trionfo.
Il medico aveva ordinato che le fosse tolto ogni specchio, e dissimulava alla giovane disgraziata la gravezza del male, almeno fino a tanto che, rimessa in forze, potesse lottare contro il dispiacere d'aver perduto per sempre l'attributo della bellezza. Ella risanò. Le sordide scaglie abbandonarono la sua pelle, gli occhi s'aprirono, rivide la luce, si sentì rivivere alla natura: ma un tremendo sospetto la tormentava, un sospetto più insopportabile della certezza. Contro il divieto del medico, ella ebbe tra le mani uno specchio: vi si guardò, e sentì mancarsi!