Tuttavolta non è a dire che i due vecchi parenti godessero nell'animo di tal disunione. Da lunghi anni stazionarii in quella piccola città, avevano contratte certe comuni consuetudini, che alla loro età non era più possibile abbandonare senza gran dispiacere.
Il padre della fanciulla, il conte Filippo di M*** teneva, come si dice, la migliore, anzi l'unica conversazione della città. Ogni sera, mentre i più giovani parlavano di caccia o di quei nonnulla che bastano ad intrattenere la gioventù, egli col suo parente e con altri due rispettabili vecchi del paese celebrava il cotidiano tressette, il quale, a dispetto dell'adagio che lo vuole inventato da quattro mutoli, è sempre il campo di molte contese, massime quando i giuocatori pretendono di saperne di più. Il tressette di casa M*** era cosa importante: certe singolari fortune, certe ostinate disdette fornivano materia a gravi diverbi, e divenivano memorabili come la battaglia di Marengo o di Waterloo. Ora, dal giorno che le due famiglie s'erano disunite, mancò un campione alla classica partita, e non si trovò chi potesse supplirlo. Il conte Filippo passeggiava gravemente buona pezza della sera nella camera da giuoco, e s'annoiava mortalmente, perchè la sua senile attività mancava dell'ordinario stimolo. Voleva attaccare discorso colla figliuola, che silenziosa e pallida badava a' suoi ricami pensando all'amante; ma essa gli rispondeva col cuore raggruppato, e spesso prorompeva in lacrime, delle quali non voleva raccontare al padre la causa a lui ben nota. Allora il vecchio non aveva altro partito che il cane, e si poneva a scherzare con lui, e mormorava di tutto, e malediva il tempo, e il cuoco, e la mala annata, e l'imposta. Povero vecchio! e' si ostinava a non voler riconoscere la vera sorgente di tanti disgusti, e della vita misantropa ch'era costretto a menare.
Una vita poco diversa conduceva il marchese Nicolò di R***, l'altra parrucca di cui vi parlavo. S'era provato a leggere, ma i suoi occhi non reggevano più ad una lunga lettura al lume della lucerna; andava al caffè, dove in mezz'ora sono esauriti tutti i discorsi, fino tutte le mormorazioni possibili. Allora si parlava d'araldica o di politica; si libravano le sorti dei Russi e dei Polacchi; e il Parlamento inglese e la Camera francese tremavano sotto a' giudizi ed ai tremendi scrutinii dei lettori della gazzetta privilegiata. Anche il marchese Nicolò si annoiava; ma come pensare al rimedio? avrebbe egli dovuto fare i primi passi ad una riconciliazione? non era egli forse l'offeso? Piuttosto morire! Un occhio perspicace e profondo avrebbe però potuto discernere sotto queste noie e questi proponimenti di sdegno eterno un mal dissimulato desiderio di pace.
Se tale era la disposizione dei vecchi, pensate quella dei due poveri innamorati! Dover tutto ad un tratto rinunciare ad un matrimonio lungamente vagheggiato, ritenuto come sicuro, consentito tacitamente dagli stessi genitori che ora per un puntiglio d'etichetta, che non osavano neppur confessare, avevano mandato a monte! Dopo una consuetudine di più anni, dopo un amore nato ne' primi scherzi infantili, e nutrito da cotidiani colloqui, trovarsi disgiunti, ridotti a non parlarsi più, quasi a non più vedersi, se non in chiesa alla festa! povero Adolfo! povera Amalia!
Egli aveva messo in opera tutti i mezzi possibili per rappattumare le cose; ma invano. Tentò di concertare qualche intelligenza con la fanciulla, ma ella era vegliata da un Argo; tentò di scriverle, e la lettera fu intercettata; si diede alla caccia, al biliardo, al vino, allo studio; niente giovò. Propose al padre di fare un viaggio, e il padre non era lontano dall'accordarglielo, giacchè vedeva ei pure che era un supplizio di Tantalo per esso il vivere costì; ma quando Amalia lo venne a sapere, cadde malata, e non si parlò più di viaggio.
Appena ella potè riaversi, ebbe un breve colloquio col giovine in casa d'una discreta e benevola zia. Sieno benedette le zie! Vorrei riportarvi i loro discorsi, i loro lamenti, le loro proteste reciproche; ma voi già le sapete, miei buoni lettori, le sapete meglio di me. Quante cose la povera Amalia aveva a dirgli, quanti rimproveri a fargli, quanti progetti inutili a confidargli! Ma fra tutte codeste cose ce ne fu una di buono, e fu quella che entrambi i giovani vennero ad accertarsi della propensione dei due vecchi a rappacificarsi, ove si fosse trovato un qualche mezzo termine che salvasse i riguardi e i diritti di tutti e due. Promisero di tentare ogni argomento, e stabilito un mezzo di pronta e sicura comunicazione fra loro, presero commiato non senza che la buona parente gli avesse più volte avvertiti che l'ora era già troppo tarda e pericoloso l'indugio.
Quella rottura fatale era successa nel maggio, ed eravamo già alla metà di dicembre che i due vecchi non s'erano mai parlati. Si avvicinavano le sante feste natalizie, giorni solenni in provincia, giorni principalissimi di tutto l'anno. Noi nelle grandi città a malapena ce ne accorgiamo, e se non fosse la sera di Santo Stefano, così importante per il Teatro, il Natale passerebbe come ogni altra festa dell'anno.
Ma in provincia, dove le vecchie consuetudini si conservano ancora immutabili, in provincia le feste di Natale sono un avvenimento. Chi di noi non ricorda il ceppo enorme posto a bruciare sul focolare? Chi non ricorda i lauti pranzi della vigilia, i buoni augurii reciproci di famiglia a famiglia, la messa della mezzanotte, ec., ec.?
Nella città dov'io mi trovavo, le feste di Natale erano più solenni ancora che non potreste pensare. Non so se vi è nota l'origine della parola complimento, parola ch'è già sulle bocche di tutti, ora in buono, ora in mal senso, secondo i casi. Quando papa Gregorio regolò i bisestili, espunse dal computo degli anni i giorni che sopravanzavano al calcolo, e questi giorni si chiamarono giorni di complemento. Siccome non appartenevano nè ad un anno nè all'altro, così tutto il mondo cattolico diede tregua agli affari e non pensò che a divertirsi in quel fortunato intervallo di tempo, che a dire il vero non ne meritava neppure il nome. Codesti giorni si passarono in visite, in augurii, in colloqui amichevoli, in cerimonie; cosicchè tutte quelle piacevoli occupazioni ebbero il nome di complimenti perchè avvenivano ne' giorni di complemento. Voi forse non avevate mai pensato a codesta etimologia; ma se foste vissuti in quella città l'avreste trovata probabilissima, mentre la settimana che scorre tra Natale e il Capo d'anno, vi si passa in continui e reciproci complimenti.
Or ecco come i due giovani amanti cercarono di trar partito dalla consuetudine del paese, e ciascuno dal canto suo prese a persuadere al proprio genitore essere sconveniente il continuare codesta ruggine in quelle sante giornate. L'Amalia forte della educazione religiosa che aveva ricevuta, forte dell'amor suo e dell'ascendente che dopo la morte della madre aveva acquistato sull'animo paterno, diede il primo crollo alle ostili risoluzioni del conte Filippo. La mattina della vigilia di Natale volle portare essa stessa il cioccolatte inevitabile al vecchio che non era per anco uscito dalla sua stanza, molestato a que' giorni da un sintomo di podagra. Mentre ei centellava con compiacenza la bevanda rituale osservava sottecchi la figliuola che se ne stava ritta dinanzi a lui colle mani congiunte e appoggiate sullo scrittoio.