— E dotate di una bella capigliatura rossa — conchiusi io.

Il mio narratore stette alquanto sospeso se doveva offendersi della mia celia: ma vedendomi quasi contrito d'averlo interrotto a quel modo, si contentò di riderne meco, bevendo alla salute del bel sesso senese, di qualunque colore egli sia. Io bevetti con esso del miglior cuore del mondo, facendo onorevole ammenda della mia improntitudine, e ci stringemmo la mano da buoni amici e da buoni cristiani.

IV.

— Ma voi non mi lascerete a quest'ora — disse il buon canonico della Torre de' Diavoli. — Ho ancora molte cose a mostrarvi, che sono degne della vostra attenzione. —

Io accennai la notte ch'era già scura, e aggiunsi non so quali ragioni per andarmene a casa.

— A casa? — diss'egli: — è già molto tardi. Malgrado la scritta incisa colà sul frontone, Siena non apre a quest'ora nè le porte nè il cuore.

— Dite il vero — soggiunse con una cert'aria di beffa — voi non avete fegato che vi basti per passare la notte nel palazzo de' Diavoli.

— Voi mi sfidate — diss'io.

— Vi sfido — rispose col miglior garbo del mondo. — Mostratemi col fatto che siete quello spirito forte che vi vantate. C'è una cameruccia per voi appunto nella torricciuola che ho ristaurato. L'avevo destinata alla mia nipote che avete veduta: ma non ci fu caso che volesse dormire costì tutta sola. Tocca a voi romper l'incanto, e mostrare alla scioccherella che non c'è Turchi nè diavoli a' tempi nostri.

— E se vi fossero? — diss'io sorridendo.