Claudina era una ricca ereditiera milanese, orfana di padre e di madre, vissuta sotto la tutela e la sorveglianza d'una discreta parente. Giovane colta come s'accostuma a' dì nostri, sapeva sonare un po' il cembalo, ballava con grazia, cinguettava il francese, lavorava poco, e leggeva molto. Leggeva, voi già l'immaginate, tutti i nuovi romanzi che la feconda Parigi di mese in mese, di giorno in giorno, originali o tradotti, manda fuori dai suoi torchi e abbandona ai capricci della volubile moda. Milano già su questo conto della letteratura è ancora dipartimento francese, anzi ci scommetto che ci sono in Francia parecchie provincie dove le novità letterarie della capitale giungono più tardi assai che a Milano, e vi sono accolte con minor entusiasmo. Claudina dunque era tra le più appassionate divoratrici di nuovi romanzi; e in quel tempo, parecchi anni sono, i romanzi marittimi aveano preso il sopravvento grazie a' viaggi del capitano Maryat, e alle sue fantastiche scene marinaresche. La fanciulla, dotata di vivacissima immaginazione errava col romanziere sulla vasta superficie de' mari, affrontava nembi e naufragi standosi coricata sopra il suo letto, o sdraiata sopra i suoi morbidi seggioloni. Chiamava la vita di Milano una vita stagnante e monotona, aspirava al mare e si sentiva capace di dare al mondo l'esempio d'una marinaja ardita ed intrepida quanto i celebrati corsari di Cooper e di Eugenio Sue. Più volte avea pregato la vecchia zia a volerla condurre a Venezia od a Genova, non per ammirare la piazza di S. Marco, o il palazzo dei Doria, ma per vedere il mare in tempesta lanciare com'ella diceva, i suoi flutti spumanti fino alle stelle. Ma la tutrice compiacentissima in tutto il resto; non avea mai voluto appagare lo strano desiderio della nipote: al più, al più l'aveva condotta a vedere il lago di Como e s'era per la prima volta arrischiata a passarlo. Ma per disgrazia della Claudina il lago quel giorno era placido e terso come uno specchio. Non v'ebbe nulla che scuotesse la fantasia burrascosa della pazzerella; sicchè ritornata a Milano s'indispettiva col bel tempo e colla sua cattiva stella che non avea voluto procurarle il piacere di vedersi vicina al naufragio.

La ragazza era fertile di trovati. — Se questa benedetta vecchia — diceva — non mi vuol condur seco in qualche porto, io accetterò il primo marito che mi venga offerto a condizione che faccia meco un viaggio di mare. La sorte le fu questa volta propizia. Un giovane genovese, assai gentile poeta, avea pubblicato un'ode alle tempeste, e tradotto per la decima volta, come usa di fare a' dì nostri, il primo canto del Corsaro di Byron. Chiese di lui e venne a sapere ch'egli era figlio d'un capitano di nave, unico figlio, e rimasto orfano da parecchi anni per un naufragio che gli avea tolto il padre sulle rive del Baltico. Claudina non dubitò che il figlio di un marinajo non dovesse aver ereditato il genio paterno: tanto più che i primi versi che avea mandati alla luce erano versi marinareschi. Fattosi il romanzo nella immaginazione, scrisse una lettera piena d'entusiasmo al poeta, e gittò con questo le prime fondamenta d'un buon matrimonio. Giorgio Fioccardi ricevette codesta lettera colla compiacenza che è naturale ad un giovane autore; fece un viaggetto fino a Milano apparentemente per trattare d'una ristampa coll'Ubicini, ma nel fatto per conoscere la sua musa futura, e dirle a voce quelle mille e una cose che il suo lusingato amor proprio gli avrebbe dettate.

Sulle prime il contegno di Giorgio non ismentì l'opinione che la Claudina ne avea concepita; o a parlare con più precisione, ei si piegò volontieri alle idee della giovane per quell'istinto di assentazione che è naturale in un amante e in un poeta. Ma l'indole sua non era nel fatto quale appariva. Avea cantato il mare così per capriccio, con quella coscienza da umanista che oggi loda l'inverno e domani l'estate, tanto per fare de' versi: ammirabile docilità che i nostri maestri di rettorica giungono ad insegnarci a furia di temi non sentiti da chi li dà, nè tampoco da chi li tratta per obbligo di diligente discepolo. Oh bei tempi! Giorgio, scusate la digressione, era proprio uno di codesti versicolai, ma recitava con garbo, cacciava a tempo le mani ne' capelli, a tempo stralunava gli occhi da spiritato, voglio dir da ispirato, onde Claudina, senza che si possa tacciare di leggerezza, lo giudicò differente da quello ch'egli era. Ed essa medesima, chi mi sa dire se fosse quella coraggiosa giovane che voleva parere? — Lasceremo parlare la storia.

Intanto io dirò solamente che Giorgio amava la terra, adorava la calma, benediva la quiete de' campi, la luna argentea, l'ozio, il ritiro, la felicità dell'idillio, le otto beatitudini dell'Arcadia. Piacevagli la Claudina, ma non già ne' momenti d'entusiasmo quando lanciavasi come cometa fuor della sfera ch'egli credeva segnata alle affettuose e calme consuetudini della donna: piacevagli perchè la sentiva appassionata della poesia, perchè era la prima incarnazione della sua giovanile e poetica idea, perchè sperava poterla dire un giorno sua sposa e dominare i suoi capriccetti. Figuratevi qual albergo egli architettava nella sua mente per se stesso e per lei! Una palazzina sul pendìo de' monti, mezzo nascosta tra gli ulivi e gli aranci, fresca la state, tiepida nell'inverno, adorna di tutti gli agi che il proprio patrimonio, e la ricca dote di lei rendevano agevoli ad ottenere: una serie di giorni tranquilli, uno copiato dall'altro, tutti sereni, tutti abbelliti dalla poesia e dall'amore. Ma era destino che non dovessero intendersi che troppo tardi, come accade il più delle volte nel mondo; e il matrimonio era già stabilito, già prefisso il dì delle nozze, quando il dialogo da cui comincia il racconto venne a rivelar l'uno all'altro i due diversi caratteri.

III.
Il romanzo dimenticato.

Io non son punto amico di quell'indiscreto tripudio onde in altri tempi si profanava il santo giorno del matrimonio. Quel banchetto nuziale, quelle cerimonie di parenti e d'amici, quelle allusioni aperte o semiaperte ad un fatto che la veneranda antichità copriva di tanto mistero, quei balli protratti alla sera, quei brindisi e quei canti epitalamici che la sposa doveva sentirsi recitare coronata della sua ghirlanda di fior d'arancio, col pensiero e col cuore volti naturalmente a qualche altra cosa. Tutto ciò mi è parso sempre un controsenso e un assurdo, non dirò tanto grande quanto il convito che si faceva subire alla giovane monaca nella vigilia della sua vestizione, ma poco meno. Il vincolo conjugale è cosa troppo seria per esser fatta segno di tante frivolezze il dì che ci stringe per sempre; e le prime emozioni di due cuori innamorati, nel punto che vengono consecrate dalla società e dalla religione, sono troppo elette e troppo intime per essere esposte alle ciancie degli invitati, ed ai madrigali de' begli spiriti.

Ma, ammesse senza esame queste buone ragioni, ammessa la necessità di divezzare il mondo da' banchetti nuziali, e i poeti da' sonetti epitalamici, si deve egli credere che il miglior espediente sia quello di correr le poste appena proferita la parola sacramentale? — Io ne dubito molto, ancorchè tra l'uno e l'altro costume non si possa esitar nella preferenza. Claudina e Giorgio sposati la mattina in albis, e stretta la mano ai pochi amici e congiunti che ne furono fatti consapevoli, si misero in una carrozza da posta, e presero la via di Genova. Il postiglione forse saprà i dolci colloqui coi quali s'aperse la loro luna di miele: io non posso riferirveli, e quand'anche potessi immaginarmeli per l'appunto, non li direi per quelle ragioni medesime che m'indussero a disapprovare l'antico baccano in cui seppellivasi per tanto tempo il primo dì delle nozze. Vi dirò solo che non fu dimenticato un libro da leggersi in compagnia, quando il brandire della carrozza l'avesse permesso, e quando i due nuovi sposi non avessero avuto qualche cosa di più interessante a comunicarsi. Questo libro era un romanzo, un romanzo come potete credere, marinaresco, Le vaisseau fantôme del capitano Maryat. Quanto leggessero quel giorno non saprei dirvi, massime pensando a quel verso di Dante:

Quel giorno più non vi leggemmo avante.

Ma certo la Claudina ne avea scorso tanta parte da sentirsene tutta entusiastata. Giorgio benchè letterato e amico de' libri quanto un letterato può esserlo, n'avea spesse volte mossa querela durante il giorno. Non mi date così presto un rivale, mia cara — diceva egli celiando. — Potreste temerne, se si trattasse non del libro ma dell'autore — rispose Claudina. — Chi scrisse questo libro è certo un uomo di mare, un vero pirata che potrebbe far la conquista d'una corvetta....

— E anche d'un cuore — interruppe Giorgio ridendo: ma in questo videro svolgersi dinanzi indorato dal crepuscolo della sera l'imponente spettacolo del Mediterraneo. Claudina volle lasciar la carrozza, salire la vetta d'un colle e salutare co' primi versi del Corsaro di Byron l'azzurra immensa superficie del mare. Giorgio partecipò all'entusiasmo, perchè quel giorno Claudina aveva speciali diritti alla sua compiacenza, perchè quei versi da lei proferiti erano stati da lui tradotti, perchè spesse volte, anche indipendentemente da sì forti motivi, la natura ci sembra più bella veduta attraverso il prisma dell'altrui entusiasmo. Infatti Giorgio che era nato sul mare, ch'era figlio, come dissi, d'un marinaio, ch'era alla sua maniera poeta, non avea mai prima d'allora sentita tutta la magnificenza di quella vista. Claudina non mancò di approfittare di quel trionfo per vincere con una sola parola le ultime ritrosie del marito circa al viaggio da intraprendersi quella notte medesima sul battello a vapore. Non ci fu tempo da perdere. Appena reficiato lo stomaco e disposto il bagaglio opportuno alla gita, montarono sullo schifo, e in un attimo furono sulla tolda del Carlomagno, vapor francese che fa per ordinario il tragitto da Genova a Livorno. Salpava quella sera anche il Dante, altro vapor genovese, ma Claudina aveva prescelto l'altro come più capace e più imperatorio. Stavano per levar l'àncora quando la giovane entusiasta che fino allora era restata attonita e fuor di se stessa ammirando la notte stellata riflettuta nel bruno specchio dell'acque, discesa nella sua camera e guardando le sue robe, s'accorse che mancavale il romanzo prediletto che avea lasciato all'albergo, e che doveva occuparla piacevolmente nell'ore più solitarie. Diede in un accesso di stizza che teneva della disperazione. Il marito accorse per saper la cagione di tanto scalpore, e come la seppe, aggiunse freddamente che l'avrebbe letto al ritorno. — Che importa a me del ritorno! — gridò indispettita Claudina. — Fareste meglio, giacchè ne abbiamo il tempo, di andarmelo a prendere. Giorgio voleva replicare, ma temette una scena drammatica, e chiesto al capitano quanto rimanesse prima di levar l'àncora, ritornò correndo all'albergo. Cerca in un luogo, cerca nell'altro, il libro non si trovò. Corse ad acquistarne un altro esemplare dal primo librajo in cui s'abbattè e appena l'ebbe tra le mani, si pose la via tra le gambe, e corse al molo. Appena giunto udì da lungi il fischio della partenza. Il vapore era già lontano. Appena scoccata l'ora, con una scortese puntualità, malgrado le preghiere della desolata Claudina, il capitano salpò per non essere prevenuto dal Dante, suo formidabile rivale.