Marta lo fissò nuovamente, e rimase sopraffatta da quella faccia tosta. Ella era superstiziosa, e non poteva manco immaginare che uno potesse giurare il falso in quel modo senza che la terra s'aprisse sotto a' suoi piedi per ingoiarlo. Ella certo, quanto a lei, avrebbe commesso qualunque delitto piuttosto che spergiurare. Onde la sua perspicacia cedette a' suoi pregiudizi, ed aprì nuovamente l'animo alla speranza. — Basta così — soggiuns'ella — se tu m'ami ancora, se non hai parlato d'amore con altra donna, io non cambierò sentimento verso di te.
— Come? — prese qui a dire la vecchia: — egli ha mangiato il nostro.
— Zitta, madre mia. Le disgrazie non guardano in faccia ad alcuno. Il cuore val più di tutto l'oro del mondo. Non ti perder d'animo, Federico; se hai avuto delle disgrazie, a tutto c'è rimedio. Il Signore ci provvedrà. Siedi qui con noi, contaci tutto. — Così dicendo, lo fe' sedere tra sè e la madre, facendo mille carezze a quest'ultima, perchè temperasse la sua collera e il suo rancore. Federico che forse avrebbe desiderato svignarsela, e lavarsi, come avea detto, le mani, non ebbe il coraggio di resistere a quell'improvvisa riconciliazione, e infilzò un centinaio di disgrazie una più bella dell'altra, tanto che le due donne non solamente gli prestarono fede, ma lo compiansero e sentirono un dolore vero pegli improvvisati contrattempi del mariuolo. Si terminò coll'intavolare qualche progetto che riparasse a' disordini. Federico dichiarò d'essere disposto a rimanere a Trieste, a porsi come giovine presso un dei primi parrucchieri della città, e vivendo alla meglio, metter da parte il salario che ne trarrebbe per riscattare se stesso, i suoi mobili, e porsi nuovamente in istato di aprir bottega da sè. Stabilite fra loro queste cose, ei prese congedo da quelle due donne, un po' riconciliato con se medesimo, e veramente disposto a mettere ad esecuzione quel nuovo disegno.
La madre, all'istanza di Marta, si mise all'indomani colle mani e co' piedi; interpose la mediazione del suo padrone presso uno de' barbieri che erano più in voga a que' giorni, e ottenne che Federico si acconciasse con lui in qualità di primo giovane con discreto salario. La povera Marta respirò, ma per poco. Federico non era degno di lei.
VI.
Fisiologia.
Federico, io diceva, non era degno di tanto affetto: non era degno di Marta. Frivolo, incerto in ogni azione, schiavo dell'ultimo impulso che riceveva dall'ambiente in cui si trovava, non poteva corrispondere a quell'amore, perchè non poteva sentirlo nè immaginarselo. Egli era una di quelle macchine umane che abbondano in ogni luogo, che non hanno volontà propria, buone senza entusiasmo, triste senza scusa, perplesse tra il sì e il no, come il pendolo tra le pile voltaiche, capaci di far tutto mediocremente, e nulla di perfetto, o che si accosti alla perfezione. Prendono la vita alla leggiera, o la vendono al minuto, senza curar l'indomani. Questi caratteri hanno una grande facilità ad assumere tutti gli aspetti, a fingere tutti i sentimenti, appunto perchè sprovveduti del proprio; e quindi per alcun tratto ingannano gl'inesperti, e possono passare per uomini di squisito sentire, di forte ingegno, d'indole generosa. In amore sono per lo più preferiti, perchè non dimenticano alcuna di quelle piccole cure di cui si nutre la vanità femminile. Guai però se viene il momento che un cuore profondamente appassionato dimandi da loro un ricambio d'affetto, uno di quei sacrifici che sono lo scandaglio dell'anima! Allora codesti uomini restano lì sbalorditi, e svelano dinanzi gli occhi della delusa amante la propria nullità e la propria indifferenza, senza sentirne rimorso. Tal era il nostro povero Federico, e meglio per lui se fosse stato conosciuto fin da principio per quello ch'egli era!
Marta invece era uno di que' caratteri fermi che abbracciata un'idea, e presa una risoluzione, la tengono dinanzi siccome bussola, e a quella riferiscono ogni azione della vita, ogni sentimento dell'anima. Siffatti caratteri, più rari a trovarsi, possono, a chi ne sfiora solo la superficie, sembrar insipidi o freddi; perchè pieni di quell'idea che li occupa, vivono come stranieri a tutto ciò che a quella non s'appartiene: simili agli amatori entusiastici della botanica, dell'archeologia o di qualche altra specialità, i quali darebbero il mondo per quella pianta rara, per quel pezzo di lapide, per un bulbo di dalia azzurra, se mai l'industria de' giardinieri giungerà ad ottenerla. Di questa pasta si formano i genii ed i pazzi, i martiri della virtù e della verità, e i grandi scellerati, che avendo proposto a se medesimi un fine a cui non possono pervenire per la diretta via, vogliono ad ogni costo raggiungerlo per l'obliqua, dovessero lasciarvi la pelle, o insanguinarsi le mani.
Uno sbaglio di vocazione, un primo errore che non si potè prevedere nè riparare, un sopruso patito, una giustizia negata bastano sovente a determinare al male più che al bene un uomo o una donna di tal indole; e fatto il primo passo, posta o gittata la maschera, non v'è più mezzo a ritrarsene; una serie di casi fortuiti, e per se stessi agevoli a vincere, pigliano l'aspetto di una sinistra fatalità che c'incalza alle spalle e ci spinge nel precipizio. A questo male, se l'educazione non sa prevenirlo, non v'ha rimedio più tardi: l'errore non è più nel dominio della libera volontà; ha invaso l'intelletto, ha pervertito il cuore, è divenuto una vera pazzia, che l'ospitale non cura, e la carcere non reprime. Si rise di quelli che si sono posti a raccogliere e ad educare di preferenza i più mariuoli tra i figli del povero che ingombravano il trivio: ma quei filantropi avevano ragione. Le cure più grandi e più assidue si devono consacrare a costoro, sì perchè non vada perduto quel tesoro di forza morale onde sono dotate le indoli più riottose, sì perchè, trascurate sul bel principio, per difetto di un conveniente esercizio non si volgano al peggio, sprecando l'esuberante vigore fuor del diritto cammino. Se ognuno avesse fin da' primi anni libera la scelta della professione o dell'arte, se i primi impeti dell'affetto non fossero delusi o traditi, ci sarebbe più copia d'uomini fermi ed intieri, e non vi sarebbe luogo a chiedere: di chi è la colpa? al frequente ricorrere dei delitti e dei dolori che ci funestano. Una di queste nature era Marta.
Ognun vede che quei due cuori, venuti un tempo a contatto l'un dell'altro, avrebbero corsa la sorte dei due vasi della favola, l'uno di ferro, l'altro di creta, che sbattuti fortemente insieme diedero tosto a conoscere la materia differente ond'erano fatti. Quello di creta rimase infranto.