— Sì, — rispose il protettore — Federico si recherà costà per quindici giorni per riaprire il suo stabilimento, e poi celebreremo lo nozze...

— Scusi, eccellenza, non si potrebbero far prima queste nozze? — disse la madre.

— E partirsene insieme — soggiunse Marta arrossendo.

— Come volete: ma sarebbe meglio dispor prima gli affari; e poi bisogna che seguano le pubblicazioni...

— Vossignoria pensa bene, — disse la vecchia inchinandosi; e Marta non trovò parola di replicare.

Onde il cortese signor B. le congedò con tutta la dolcezza, soddisfattissimo d'aver ordito con tanta sapienza quella tela d'infamia che preparavasi a tessere nell'assenza di Federico.

VIII.
Nuovi indugi.

Lasciamo la povera Marta, vedova un'altra volta, a Trieste. Federico era ito nell'Istria a riaprire il suo stabilimento. Corsero presto i quindici giorni dopo i quali dovea ritornarsene per celebrare le nozze; ma dai quindici s'andò presto ai venti, ai trenta, a due mesi, a tre, nè mai cessavano gli indugi e i pretesti che tendevano a giustificarli. La ragazza crucciavasi, la madre borbottava fra' denti le solite querele, i vecchi sospetti, e ne martoriava la figlia, com'ella fosse colpevole, non già vittima, della mala condotta di Federico. — Ma qui non istava tutta la disgrazia.

Per aver novelle di Federico le due donne dovevano spesso rivolgersi al signor B., giacchè questi s'era in certo modo costituito tutore di entrambi. Questi serbò per qualche tempo la maschera che aveva preso; ma la prima volta che si trovò a quattro occhi colla sua pupilla, così avea incominciato a chiamarla, passò dall'affettato contegno alle più lusinghevoli smancerie; volle entrare con Marta in certi particolari della sua relazione con Federico, che fecero arrossire e allarmarono la ragazza, già insospettita delle intenzioni di lui. Allora il protettore prese a guardarla con occhio di compassione, fece le viste di compiangerla sulla cattiva scelta che avea fatto. Quegli che avea fino allora fatto l'elogio di Federico, cominciò ad accusarlo alla sua fidanzata: le disse con quelle pessime reticenze che sono l'arme più terribile della calunnia, perchè la elaborano senza compromettere l'accusatore, le disse che Federico era uno scapestrato, un uomo senza carattere, un donnaiuolo di prima classe, che a quest'ora doveva esserle stato le cento volte infedele.... ch'egli sapeva.... cioè gli era stato raccontato per vero di una certa tresca con una ricca vedova di costì, e via via di tal passo, aggiungendo ciarla a ciarla, alternando le accuse alle scuse, e sempre in aria di paterna protezione verso la povera fanciulla. Questa sulle prime non volle creder nulla, poi cominciò a dubitare, e finì coll'essere persuasa e convinta che codesto lungo soggiorno nell'Istria non doveva essere senza un perchè.

Il perchè c'era bene, ma la causa principale di sì lungo indugio non era nell'Istria: era a Trieste. Il signor B. avea contato su questa lontananza, e sui dissapori che ne sarebbero insorti. Perciò non avea mancato di frapporre ostacoli al ritorno di Federico; l'avea consigliato a rimanersene lì finchè le sue cose si fossero alquanto avviate al meglio: che già del matrimonio non c'era fretta; che Marta non se ne dava gran pena, ed anzi era bene provarla, era bene avvezzarla a sottomettersi a quelle prudenti disposizioni che alfine erano dirette al suo maggior bene. — C'è sempre tempo di rompersi il collo — scriveva il signor B. che usurpava quel detto proverbiale a proposito di matrimonio e di pagare i suoi debiti. E il signor B. ottenne più che non aspirava, ottenne che Federico s'ingolfasse nuovamente ne' suoi vecchi legami colla Giustina, e dimenticasse un'altra volta sè stesso, i suoi giuramenti, e il suo amore per Marta.