IV.
La nomina del Cameraro.

L'indomani io mi posi in viaggio tutto solo per la valle di Resia.

Questa convalle che s'apre circa venticinque miglia da Udine, e si stende per una buona lega circondata da montagne altissime come da forti antimurali, segna il confine dell'Italia al nord-est. Quirico Viviani l'avea fatta argomento d'una poetica descrizione in un romanzetto che pubblicò, intitolato: Gli ospiti di Resia. La lettura di questo libretto può forse aver indotto il mio povero amico a cercare un asilo in quella valle segregata dall'Italia, e pure rinchiusa fra la sua cinta, e fra quella popolazione semplice e più presto slava che italica. L'arte che professava, il suo amore per il paesaggio potevano avervi contribuito. Io era sul punto di vederlo e Dio sa in quale stato! Perciò mi avviavo con animo perplesso e pure ansioso a quella volta, come chi teme un pericolo e pure s'affretta ad affrontarlo perchè inevitabile.

Giunto al luogo dove la Fella sgorga vorticosa dalle gole de' monti e si scarica nel Tagliamento, lasciai a sinistra la via da me più volte percorsa, che conduce nel centro della Carnia, e mi volsi a destra seguendo i tortuosi meandri della montagna.

Avevo a sinistra il torrente assai povero d'acqua, ma le diffuse ghiaie e gli sterpi sparsi qua e là, i massi dirupati dall'alte cime, attestavano il suo furore, come un campo di battaglia, cessata la mischia, serba le prove del miserando conflitto. Le spalle dei monti che sorgevano quasi a perpendicolo da ogni parte dove mi volgessi, erano affatto infeconde. Benchè sul principio dell'estate, le più alte cime erano coperte ancora di neve, e i più bassi declivi mostravano poche traccie di vegetazione, macchie ed eriche di fredda ed inamena verzura. Non pareva già quello il vestibolo d'un Eden, ed io cominciavo a credere che fosse stata una vera follia abbandonare i colli del Friuli per cercare questi orrori selvaggi non desiderabili ad altri per avventura che ai banditi, o a coloro che vi fossero nati e cresciuti.

Di mano in mano però che mi venivo accostando a Resiutta, penultima porta d'Italia verso Pontebba, il pendìo della montagna andava animandosi di più forte e rigogliosa vegetazione; si alternavano gli abeti ed i faggi, le macchie nerastre si facevano più larghe e più morbide e l'occhio poteva arrestarsi senza spavento sulle alte mura di granito che fiancheggiavano quella via.

A Resiutta intesi che poche miglia mi separavano dal villaggio principale della Resia, e lasciato il calesse m'avviai a quella volta, che già il sole precipitava all'occidente.

In poco d'ora la meravigliosa convalle mi si aperse dinanzi come una scena teatrale quando si leva il sipario. Non era già una vallata della Svizzera; non era nemmanco una delle più belle ed amene della Carnia e della Carintia. Da per tutto appariva la mano del cataclisma ch'era passata, sa il cielo in qual'epoca, su quel paese. Sporgevano qua e là vasti ed enormi macigni, forse franati dai monti, forse lasciati scoperti ed ignudi dalle acque che rapirono nel loro corso la vegetabile terra. Ma ciò non ostante una molle e delicata verzura appariva qua e là. I meli fiorivano, l'immaturo frumento s'alternava ai macchioni di pini e di larici, la mano del coltivatore lottava colla natura e vinceva. Il mite clima, l'aere trasparente, la qualità delle piante, tutto annunziava l'Italia, ma l'ultimo suo confine. A levante s'elevava il monte Canino per ben 8000 piedi sul mare, nuda roccia e bianca d'eterna neve. A tramontana avresti potuto notare il rapido passaggio onde la natura compiacquesi segregare la terra italiana dalla germanica. Di qua le case sono costrutte di pietra, coi tetti mollemente inchinati: dieci passi più lungi non odi più parola italiana, non vedi più vestigio di vegetazione, le case elevano i loro tetti acuminati come nelle terre settentrionali. Vi sono luoghi dove potresti toccare colla destra l'Italia, e la Germania colla sinistra.

Io ero penetrato fino al principale villaggio. Avrei voluto abbattermi in alcuno di que' valligiani e chiedergli conto del mio povero amico: ma le capanne e le case erano tutte deserte o abbandonate alla guardia di piccoli fanciulletti dai quali non potevo sperarne alcuna informazione sicura. Il sole cadeva in mezzo a larghi flutti di nuvole porporine; e dirimpetto le campane di Resia sonavano a distesa come intendessero salutarlo. M'avviai alla chiesa della valle dove tutto il popolo doveva essere raccolto per qualche solennità. Mi sovvenni ch'era appunto il giorno dedicato a san Marco, e mi passarono rapidamente nella memoria altri tempi ed altre feste; e per un momento m'illusi, pensando che questa valle potesse essere stata preservata dai terribili avvenimenti che segnalarono la fine dell'ultimo secolo e il principio del nostro.

Giunto dinanzi alla chiesa assistetti ad uno spettacolo inaspettato. Tutta la popolazione, composta di duemila tra uomini e donne, stavano schierati dinanzi alla porta. Il vecchio parroco sostenuto a destra e a sinistra da due giovani sacerdoti s'avanzò fino alla gradinata esterna della chiesa, e in una lingua non molto dissimile dalla slava arringò i circostanti, poi bevendo un sorso da una gran coppa che gli fu presentata, la porse ai notabili della valle che gli stavano più d'appresso gridando nel suo linguaggio: — Viva il vecchio Cameraro! — Tutto il popolo ad una voce rispose a quel viva. Codesto Cameraro uscì allora dalla folla, si presentò alla popolazione acclamante, e la ringraziò con brevissimo complimento dopo avere bevuto dalla medesima coppa che girava di mano in mano. Il parroco dichiarò com'egli avesse presentato la sua resa di conti annuale, e fosse stato riconosciuto irreprensibile per ogni rispetto. Il popolo tornava alle acclamazioni.