— Senta, signore Orazio, ella chiuda bene l'uscio dello studio, io me ne vado in cucina e mi ci serrerò dentro; se le abbisognasse qualche cosa, non manchi di sonare il campanello... io starò sveglia... e starò sveglia... Signore! — tanto non potrei dormire.

— Ormai tu lo hai per còmpito di farmi sempre alla rovescia di quello che desidero... accomodati come ti pare.

Rimasti soli, zio e nepote, Orazio con voce sommessa ed anche un tantolino velata incominciò:

— Marcello, noi dobbiamo separarci...

— Per andare a dormire...?

— No; voi per imparare a vivere, io per inverdirmi di non avere saputo insegnarvelo.

— E chi può volere questo? E chi anco volendo lo potrà?

— Voi lo avete voluto, ed io lo voglio: quanto al potere, basta che vi pigliate la fatica di scendere sedici scalini e tirarvi la porta di casa dopo le spalle, la è cosa fatta.

— E lei è rimasto levato per darmi questa bella notizia? Veda, zio, meriterebbe per gastigarlo che io le leggessi tutto intero un fascicolo della Civiltà Cattolica, ma questa atrocità non commetterò già io, che non voglio la morte del peccatore, bensì ch'ei viva e si penta. Capitoliamo via: io per ora me ne andrò a dormire, e siccome la notte porge consiglio, le risponderò riposato domani....

— Domani! Domani voi avete a trovarvi di molte miglia lontano da Torino.