— Zio, abbia carità di me... casco dal sonno.

— Marcello, tu scherzi in mal punto. Rammenti quello che tanto spesso ti andava dicendo e ti ripetei anco ieri l'altro? —

Marcello, che dal trapasso del plurale al singolare e dalla voce tornata blanda argomentava prossima a sciogliersi la neve, con crescente arroganza rispondeva:

— Ma che le pare? Ci vorrebbe altro per tenere a mente tutto quanto ella mi dice! Bisognerebbe prima di tutto che empissi il mio capo, il quale confesso vuoto, ma non di grande capacità, e poichè questo non basterebbe, avrei a pigliare magazzini a pigione e lì dentro riporre il volume delle sentenze, massime, apotegmi, eccetera: ciò, come vede, menerebbe una spesa terribile e spianterebbe le regole della savia economia, ch'ella tanto spesso mi va predicando: sicchè osservi bene ch'egli è proprio per amore di lei, mio caro zio, e delle cose sue se di quanto ella mi dice la mattina procuro che non mi rimanga la sera nè anco una gocciola nel capo.

— Allora mi toccherà riprincipiare.

— Oh no! zio, in coscienza non me ne importa nulla.

— Importa però a me, disgraziato, che tu l'abbi presente.

— Zio, noi in virtù dell'autorità nostra la dispensiamo; davvero non ci si sentiamo disposti — e in così dire si alzava per andarsene, quando lo zio lo afferrò per un braccio, e suo malgrado lo costrinse a sedersi.

— Abbi pazienza e ascoltami. — Queste parole veramente furono proferite col solito suono di voce, senonchè Marcello levando gli occhi vide balenare dentro a quelli dello zio il lampo, che ricordò avere osservato nei tigri sul punto di avventarsi; allora gli tornò in acconcio il consiglio di Betta, e persuaso alla fine che si faceva davvero, tacque e si propose a modello i piloti, i quali allo avvicinarsi della tempesta si recano in mano il timone e forbiscono il vetro della bussola.

— Marcello, allora cominciò lo zio, tu mi cascasti addosso come il tegolo sul capo di Pirro, orfano, lattante, infermo e povero quanto Giobbe: mandai tosto per un medico proprio co' fiocchi amico mio sviscerassimo, il quale dopo averti guardato di sotto e di sopra mi disse così; non te ne avere a male, proprio così: — che cosa volete farvi di questo mostro? Buttatelo nel corbello della spazzatura, tanto ei non può vivere, — Io risposi: — mi sento capace di agguantare la natura pel collo e cavarle i denti, come Sansone costumava ai lioni.