ha detto il massimo dei nostri poeti, che si chiama Dante, come voi avrete qualche volta sentito dire; insomma i giovani si amano e si vorrebbero congiungere in matrimonio; circa al mio consenso io lo do col cuore e con la lingua, e se potessi con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ma ciò non basta; la figlia vostra per dovere, noi altri per convenienza imploriamo il vostro.

Io protesto solennemente di non avere mai visto il diavolo, e ormai vivo sfiduciato di vederlo; però mi immagino che egli avesse a ridere come il signor Omobono rise, alloraquando un santo casca in tentazione; di fatti balenando un lampo di malignità esclamava:

— Ella è una dote, mio rispettabile filosofo, che voi siete venuto a uccellare?

Che Orazio fosse filosofo lo diceva la gente, quanto a lui non ne sapeva nulla, bensì sapeva che veruno gli aveva detto una ingiuria in faccia impunemente, sapeva che in gioventù aveva avuto le mani più lunghe delle parole, ed anco adesso in età matura non gli erano diventate più corte: sentì pertanto farsi un tuffo il sangue, in volto diventò livido e sbalzò dalla seggiola co' pugni stretti, ma di repente gli si affacciò alla mente la immagine di Isabella, la quale, pari alla stella del mare che al suo apparire abbonaccia la tempesta dei venti, ebbe virtù di placare su lo istante la collera di Orazio; ond'ei tornò a sedersi, e quando gli parve essere abbastanza padrone di sè, si levò da capo e pacatamente disse:

— Voi vi siete ingannato, signor Omobono — e la prova è questa. — Qui si trasse dal portafogli due scritture in carta bollata, le quali porgendo al signore Omobono soggiunse: — piacciavi leggerle, e siatemi cortese di serbare l'una e rendermi l'altra firmata da voi.

Omobono prese la prima, che gli veniva porgendo Orazio, e lesse:

«Io sottoscritto, in contemplazione del consenso, che il signore Omobono Compagni da al matrimonio della sua figliuola signora Isabella col mio nepote Marcello, dichiaro di mia propria volontà di rilevare il prelodato signore Omobono Compagni da qualunque domanda di dote o di alimenti potesse in ogni tempo essergli mossa dalla sua figlia signora Isabella, obbligandomi di certa scienza e libera volontà di costituirle l'una, e provvederla degli altri col mio patrimonio....»

— Egregiamente! ci è la sua brava firma, la recognizione del Notaro, il tutto in regola. Signore Orazio, voi siete una perla di uomo. Ma perchè dunque non me ne avete parlato in banco? Questi sono affari, anzi affaroni, così Dio volesse che ogni giorno me ne capitassero dei simili....

— Leggete questo altro.

«Io sottoscritto Omobono Compagni, desideroso di annuire alla richiesta che mi muove con rispettosa sommissione la mia figliuola Isabella, presto ad ogni fine ed effetto di ragione il mio consenso, affinchè conduca per suo legittimo sposo il signor Marcello del fu Giandonato Magni possidente domiciliato a Torino; e detto mio consenso accompagno con la mia paterna benedizione, e con gli augurii della loro prosperità.....»