— Per eccellenza! augurii e benedizioni a carrate, purchè non si tirino fuori quattrini.

Chiamò il servo, e gli ordinava portasse il calamaio; il servo glielo recò sontuosissimo di argento dorato, nè forse da calamaio di argento uscì mai inchiostro per firma così turpemente abbietta e avaramente snaturata. — Resa la carta, il signor Omobono inchinatosi disse ad Orazio:

— Posso servirvi in altro, signore?

Ciò fu profferito col più bel garbo del mondo e con voce da disgradarne la melodia dell'arpa eolia, e non pertanto tradotto in lingua volgare significava così:

— Levatevi dinanzi agli occhi miei, che voi m'avete fradicio; forse anco peggio.

Orazio accennò col capo non avere altro, e rizzatosi in piedi, preso il capello, salutava e partiva. Omobono, o sia che l'allegrezza di essere liberato dal fastidio di dotare ed alimentare la figliuola lo levasse di sentimenti, o sia, come credo piuttosto, per istrazio del signore Orazio, recatisi in mano due doppieri, e quelli incrociati, lo precedeva rischiarandogli il cammino fino alle scale. Se fu suo disegno di dare la berta a Orazio, bisogna dire che ne rimase scottato fino all'osso, imperciocchè questi fingendo di stare sopra pensiero non mostrò accorgersi dell'atto servile, glielo lasciò compire fino all'ultimo, e sul punto di congedarsi, tratto fuori la mano di tasca, gli porse uno scudo; senonchè qui facendo le viste di rientrare in sè, disse:

— Oh! perdonate, vi aveva scambiato per un servitore.

Onde, come vedete, dall'una volta che si erano visti e trattenuti insieme questi due uomini avevano cavato argomento di detestarsi per due vite lunghe come quelle di Matusalemme.

E' non ci ha dubbio; quello che era avvenuto fra il signore Orazio e suo padre umiliò profondamente la signora Isabella, l'afflisse, la fece piangere, ma per ultimo tanto più si persuase che sarebbe un mostrarsi ingrata alla Provvidenza, se ostinandosi a proseguire un affetto che la respingeva, non avesse accolto due cuori, ch'ella nella sua misericordia le mandava.

Epperò alla dimani Isabella in compagnia di Orazio se ne andò a Torino: colà rompendo gl'indugi, in breve ora venne apparecchiata ogni cosa necessaria a celebrare l'atto del matrimonio. Orazio, secondo lo persuadeva la sua natura bislacca nello accompagnare in chiesa il nipote, gli andava susurrando dentro le orecchie: