Nè qui solo si restrinsero i benefizii derivati dalla presenza d'Isabella in cotesta casa, chè Orazio, di Marcello non se ne parla nè meno, mano a mano addomesticossi con lei; smise la stramberia del discorso, e qualchevolta degli atti, onde sovente Orazio ebbe a dire:
— Dacchè mi si fece ospite Minerva, è mestieri che tutto intorno a lei pigli le forme regolari e severe del Partenone.
Faceva ad un punto tenerezza e ilarità come Orazio, messi in un canto i suoi libri di politica, di storia e di poesia, si circondasse di trattati di medicina, e quelli giorno e notte leggesse per attingervi norme a mantenere sana l'amatissima figlia; quanto a tenerla divertita già non aveva bisogno di pensarci, pure ci pensava e molto. La mattina si levava per tempo a remuovere dal viale qualche ghiaia male fra le altre sporgente, perchè quando sul mezzodì ella scendeva a passeggiare, a caso non le offendesse i piedi; egli moderava la luce dei lumi, egli solerte persecutore di ogni effluvio odoroso che pungesse più acuto della violetta o dell'ireos; che più? Prima che sonassero qualche musica in qualche camera a Isabella, egli andava a sentirla provare fuori di casa e là dove gli paresse in qualche punto un po' troppo vibrata, egli per amore dei nervi della figliuola faceva, se potevasi, moderarne i tuoni; diversamente ne sceglieva un'altra; per lo più stava al Bellini, vero Tibullo dell'arte dei suoni. — Povero vecchio! Egli era un miracolo di amore; veruno, e per avventura neppure egli, avrebbe sospettato che la sua anima serbasse tanto tesoro di affetto.
Finalmente venne il giorno in cui da un capo all'altro in cotesta casa fu inteso dire: un figliuolo è nato: ridevano i servi, e Betta come gli altri; poi saltavano, e palma battevano a palma. Per istrano caso Orazio e Marcello si abbandonarono l'uno nelle braccia dell'altro, e piansero dirotto così che Isabella con piccola voce domandò:
— Signore, questo pianto mi dà cattivo augurio per la mia creaturina....
— Oh! no... no.... rispose Orazio asciugandosi gli occhi, io rido subito.... figliuola mia... io piango... io piango... perchè quando il piacere è troppo, vedi... non si può sopportare... e diventa quasi dolore. —
E qui da capo proruppe in pianto. Lacrime dì gioia e pioggie di primavera accrescono la giocondità del volto e dell'erba che bagnano, sicchè sfogato alcun poco cotesto ardente affetto, essi non avrebbero, Dio li perdoni, permutato un'ora della gioia presente con tutte le future del paradiso.
Orazio entrava venti volte l'ora nella camera d'Isabella, e se trovava il pargolo sveglio non rifiniva di supplicare la puerpera di posarglielo un po' su le braccia: e quando ce lo aveva, era più contento di uno imperatore che stringa nella mano la palla dello impero.
— Babbo, me lo renda, via, ella me lo sciuperà...
— Io?