— Ma entrò a dire il signore Orazio, il nome di questa creatura aveva ad essere Orazio... e mi sembra che sia un nome ortodosso come qualunque altro, che gode il benefizio di trovarsi sul calendario romano...
— Non dico diversamente... e può benissimo battezzarsi col nome di Orazio.
— Però dubito forte ch'ei possa ormai battezzarsi col nome di Orazio.
Il curato lo guardò sbieco per di sopra gli occhiali, sospettoso che avesse patito ai mezzanini.
— E dunque come si chiamerà egli?
— Non costuma che il battezzando pigli nome dal compare?
— Giusto; massime poi se il compare sia parente.
— Dunque a voi, Omobono, voi siete il compare del vostro nipote; e sì dicendo gli pose fra le mani il bambino che aveva preso egli, intantochè volgeva altrove la faccia per nascondere il suo turbamento.
Senza dubbio Omobono non era più quello di prima; se lo aveva punto l'affetto per la figliuola, ciò accadeva in grazia di uno strano sconvolgimento avvenuto in lui; nondimanco rimescolavansi tuttavia nel suo spirito passioni impure come l'orgoglio, la smania che assale i vecchi avari di vedere perpetuato il proprio nome, il tedio delle ricchezze, la vanità di una vita ormai priva di scopo, ed altre parecchie che qui non fa mestieri rammentare; però nel cuore gli era rimasta una tal quale durezza; ma la bontà infinita di Orazio, il dolore immenso che soffriva, la semplice grandezza con la quale lo reprimeva, il sacrifizio che sopportava ebbero virtù di voltarlo sotto sopra, la terra gli mancò sotto le ginocchia, e due rivi di lacrime gli sprillarono fuori dagli occhi quasi vena di acqua che di botto sbocchi dal fesso che si è fatto nella rupe.
— Grazie, diceva, grazie, signore Orazio; se avessi un regno ve lo donerei: se non fosse peccato, mi prostrerei dinanzi a voi per adorarvi. Se non lo sdegnaste... e non lo sdegnerete di certo, io proporrei a voi ed anco qui al signor Marcello, che al bambino s'imponessero due nomi: Omobono e Orazio.