— Datemi la lettera.

— Che lettera?

— La lettera dei babbo.

— Ah! la lettera, Marcello, dove l'hai messa la lettera? Io l'ho pure consegnata a te la lettera.

— Sarà! rispose Marcello frugandosi per le tasche; senza altro la dimenticammo giù nella carrozza.

— Non è così, il cuore mi dice che non è così... perchè tacete cosa che può ricrearmi da morte a vita? Da quando in qua diventaste astiosi delle mie contentezze? Io non vi avrei creduto mai tanto cattivi!

— Questo, abbi pazienza, Isabella mia, gli è un mettere il capitello sotto zoccolo, tu comprendi quante cure esiga il tuo stato.... può nuocerti la soverchia commozione.... o il moto un po' violento..... tu sai che un odore alquanto acuto.... un niente spesso hanno partorito conseguenze funestissime.

Mentre Orazio si sbracciava con queste ed altre parole a blandire l'animo agitato della giovane donna, si accorse che gli avveniva di un buco fare una fossa, perocchè sopra la faccia di lei si alternasse con subita vicenda il pallore e il rossore, indizio certo d'interna procella; non già, come ebbe a dire poi Orazio con le sue immagini sbalestrate, che fossero nuvoloni i quali hanno in corpo grandine e saette; ma sì nuvolette bianche e minute come pezzetti di lettera amorosa gettati fuori della finestra da ragazza impaurita, che la mamma gliela scopra nel seno. Per la qual cosa il dabbene uomo riprese:

— Ora, vedi, il fingerti solo che tuo padre sia presente ti commuove tanto; pensa un po' che sarebbe se ci fosse davvero!

— Oh! allora mi sentirei tranquilla più del bimbo, che ora mi dorme accanto.