— Questa risposta fu un lucido intervallo del tuo giudizio: ho capito, replicai, tu se' come Bertoldo, al quale non piaceva verun albero dove lo avevano ad impiccare...

— Sicuro! interruppe il giovine, mi gingillai un pezzo perchè una delle sue sentenze, che non mi era voluta uscire di mente, mi diceva, — chi sta bene non si muova, ma poi scelsi...

— Lo so pur troppo, scegliesti viaggiare, e in Isvizzera ti recasti a pescare le trote, a Lisbona per bere il vino di Oporto, a Londra per vedere le corse di cavalli, a Palermo per assistere alla festa di santa Rosalia, a Buenos-Ayres per sincerarti come fosse fatta la Manuelita figliuola del Dittatore Rosas; e come la lumaca girando intorno al cavolo cappuccio ci segna una striscia che pare di argento, tu viaggiando pel mondo ti lasciasti dietro una striscia di debiti, che poi è toccato per onore della casa pagare a me, come se fossi andato co' filibustieri ad arraffare danaro in America, o co' banchieri ebrei a risucchiarlo a Parigi. — Il mondo vecchio ti bagnava, il nuovo ti cimava.

— È vero — disse Marcello contrito in suono di confiteor.

— Ti diedi compagnia di gente dabbene, da ventiquattro carati tutta; ti andai ricordando sempre gli esempii onoratissimi di tuo padre, mio degno fratello, e del tuo avo, fiore di galantuomo; nè da me, spero, tu ne imparasti di cattivi. E queste ultime parole Orazio pronunziò abbassando gli occhi, ed arrossendo con tale un senso di pudore, che se l'angiola (io veramente dichiaro di non sapere se tra gli angioli ci sia il maschio e la femmina, ma mi giova credere che ci abbiano ad essere) della verecondia gli fosse in quel momento capitata davanti gli avrebbe detto: — Ave, fratello! —

Dopo breve spazio di tempo il signore Orazio continuò:

— La notte del giovedì grasso, mentre spegnevi il lume per andartene a letto, io ti ammoniva: O Marcello e fino a quando?... E tu m'interrompesti dicendo:

— Zio; piglia un granchio, metta in vece di Marcello, Catilina, s'ella vuol ripetere il famoso esordio ex abrupto di Cicerone: però non ti badai e ripresi: e fino a quando del cuore del tuo povero zio non farai maggior caso di quello che i ragazzi si facciano delle ghiaie, allorchè le tirano a schizzare tre o quattro volte su l'acqua e poi cascano giù in fondo? —

— E tu qui, le lo rammenti? M'interrompevi da capo e soggiungevi: quanto a questo poi, caro zio, mi piglio lo impegno di farle saltare cinque volte o sei. Io sempre senza avvertirti continuai: aveva sperato cavare da te un pezzo grosso, e in vece di grosso mi diventi un giorno più dell'altro un pezzo duro; questo veramente non entrava nei miei calcoli, e nondimeno pazienza. Va a letto, figliuol mio, e se non mi è riuscito tirarti su dall'Asino, agguantati con le mani e coi piedi per non dare un tuffo nel birbone. Buona notte!

— Per alcuni giorni tu camminasti per la via della virtù da disgradarne Brigliadoro, che come sai fu il cavallo di Orlando; ma ahimè! giunti che fummo a mezza quaresima, io me ne ricordo sempre con raccapriccio, e me ne rammento bene, perchè frastornato dal chiasso mi affacciai alla finestra, dove vidi i monelli, che, dopo avere appiccato la coda a Don Margotto, gli facevano dietro la baiata: ebbi per la prima volta a minacciarti... sì, cattivo soggetto, tu costringesti, me Orazio, a minacciare il figliuolo del suo fratello, che lo avrebbe cacciato di casa se non mutava vita. Gli spessi rimedii, a dose doppia, accusavano il male aggravato. — Marcellino, da capo io li avvertiva, il mio cuore è infermo per te; la ragione gli tasta il polso, e sente diventargli ad ogni tratto più languido: fa attenzione, se un giorno o l'altro gli capitasse morire, guai a me! guai a te! Coi rimpianti non risuscitano i morti. Allora che potremmo fare noi? Uno diviso dall'altro, immemori del passato, irrimediabilmente, c'incontreremmo come estranei intorno al cataletto per cantargli requiem æternam.