— E a chi, zio, dovremmo io insieme con lei cantare l'uffizio dei morti?
— E non hai capito, disgraziato, la metafora? Al mio cuore, al mio cuore morto per te. Ma sta attento qui che adesso viene la stretta; tu, col moto del sasso che accostandosi al centro si moltiplica, hai percorso tutto il campo del vizio a scavezzacollo, e già, mira, tu tocchi... tu hai toccato... già le porte del delitto si spalancano dinanzi a te.
— Oh! — mise uno strido il giovane e si cacciò involontariamente la mano sotto la veste come per cercarvi il coltello.
— Sta fermo, Marcello, che non ti venisse voglia di ammazzare il tuo zio... protesto in tempo utile che non ci sarebbe il mio consenso. —
Ma il giovane strabuzzando gli occhi borbottava: — oh! fosse qui lo scellerato, che mi assassina nel cuore dello zio.
— Ecco l'assassino; vien qua oltre e leggi.
Lo zio Orazio mise in mano al giovane Marcello il foglio cagione di tanto scompiglio; il giovane gittandovi su gli occhi impallidì, abbrividì, poi di repente diventò pavonazzo, ed abbrancato il foglio lo ridusse in pezzi.
— Ecco l'orso, disse il signore Orazio, il quale, ferito, morde lo spiedo e non bada al cacciatore.
— Forse sentiamo, via, o non ha a chiamarsi spia costui?
— Che rileva questo? Attendi alla fiamma e lascia andare il fumo.