Fu sempre sua ferma opinione che l'uomo, il quale non si affatichi a uscire di miseria, meriti di essere schiavo; se la ricchezza genera vizii, il bisogno è padre di viltà, onde le moltitudini, anco da cui le ama, chiamansi vili, e meritamente; chi non le ama loro contende persino le nozze e rinfaccia la prole! Certo all'uomo uscito dal bisogno si apre tuttavia immenso innanzi a sè il campo per peccare, chè la cupidità lo tira co' desiderii smodati, e le lusinghe del lusso allettano infinite; ma il bisogno gli è proprio la Cibele dalle cento mammelle, che allatta la infinita famiglia dei delitti: alla più trista esci dal bisogno, e ti scemerai mezze le cagioni della infamia: però chi potendo procurarsi agiata la vita si mantiene indigente, egli reputava che se non era ancora tornato di casa dentro un articolo del Codice penale, e' fosse ito per le chiavi e a fissarne la pigione. Anzi teneva per fermo che il popolo, per provare se quelli che gli si profferivano tutori dicessero davvero, aveva una pietra di paragone infallibile in mano, la quale egli pregava volesse, almanco d'ora in poi, adoperare più spesso, e questa pietra aveva due facce, la prima se i suoi protettori, essendo ricchi oltre i termini del bene ordinato vivere civile, presumessero durare così e peggio se aspirassero a dovizie maggiori; la seconda che, messi da parte statuti, leggi, assemblee, dicerie e franchigie, pensassero a sicurare, migliorare e allargare il pane del povero, redimendolo dalla necessità o dalla tentazione di farsi schiavo ed infame. Se la prova tornava, il popolo si gettasse pure a chiusi occhi in balìa del tutore, chè allora egli lo avrebbe sperimentato Agide, o Cleomene o Gracco; se non tornava, rispondesse al tutore quello che disse la tortora al gatto Mur, quando questi spasimandole al lume di luna sotto le finestre la supplicava di scendere ad aprirgli la porta, tanto ch'egli potesse chiarirla più da vicino del gran bene che le portava.
Rispetto a lui, il dì che potè fare incastrare i suoi bisogni dentro la cornice della rendita, chiamò Betta, la invitò a inginocchiarsi insieme con esso e levare le mani al cielo per rendere grazie a Dio proprio col cuore, e questo egli fece perchè in casa sua non permetteva immagini per reverenza al Padre della natura; se non che Betta, a ridosso di queste sublimità, trovandosi in mezzo della stanza con le mani e con gli occhi levati in su vide un ragnatelo, e riavviata com'era, di un tratto rizzassi in piedi, e presa la spazzola lo levò, e poi appoggiata sul manico ammonì Orazio tuttavia genuflesso:
— Che sia benedetto, noi abbiamo l'aria di raccontare le nostre ragioni ai travicelli. —
— In ginocchio, Betta; di là da cotesti travicelli ci è Dio. —
— Badi a quello che dice, signore Orazio; oh, non sente che sopra i travicelli i figliuoli del casigliano fanno il diavolo a quattro? —
— Non importa, Betta, giù in ginocchioni; sopra quei ragazzi che fanno il diavolo a quattro ci è Dio. —
Orazio un tempo passò per avaro e non lo fu mai; superbo era molto, e soleva dire in proposito che se non ci fosse stato Cristo, il quale gl'insegnò la dignitosa alterezza della natura umana, egli avrebbe acceso le candele al diavolo perchè padre della superbia; ed aggiungeva che in difetto di altro, per salvare l'anima dalle tignuole, egli giudicava la superbia canfora unica al mondo. Per questo egli sovvenne sempre il suo simile in secreto, e studioso della soddisfazione della propria coscienza, la lode altrui non cercava nè curava; le repulse poi erano clamorose, e non contento a negare, voleva con lunga diceria chiarire il postulante che a cagione delle sue pessime qualità avrebbe avuto tutto al più diritto ad una fune che lo impiccasse. Certa volta domandarongli l'elemosina pei bambini chinesi, allegando ch'egli era per riscattarli dai cani; egli si abbattonò precipitosamente fino all'ultimo bottone delle vesti e rispose.
— Nè anco un quattrino; la mia carità somiglia ai cerchi cagionati dal sasso che si butta nell'acqua; il primo cerchio comprende me e la mia famiglia, il secondo i parenti e gli amici, il terzo i compatrioti; altri cerchi non sa fare e dentro questi rimango. Ipocriti! siete pieni di carità pei chinesi, e veruna ve ne piglia pei vostri fratelli italiani. Ipocriti! pietosi pei morti, potreste vedere un vivo stramazzare dalla fame senza porgergli un boccone di pane. —
L'amore suo per la Patria si mostrava così esclusivo, che durò un pezzo a insegnare la geografia al nipote con la carta d'Italia unicamente ritagliata alle alpi, e così impastata sopra un foglio bianco, e quando Marcello gli veniva domandando:
— E di là a sinistra oltramonte che cosa ci si trova, zio?