Miei lettori dunque e amabili leggitrici, io vi prego a immaginare nello svolgere questa pagina che sieno passati due anni dal punto in che vi lasciai nel mio racconto; vedano non facciano greppo, non aggrinzino il naso; le ho compiaciute qui sopra, ora qui sotto compiacciano di grazia, un po' me: e poi pensino che la eternità di petto alla sua durata pone meno tempo a consumare due secoli, che le signorie vostre di faccia alla loro a fingere passati due anni nel voltare di una pagina. Non mi parlino di unità chè altramente butto via la penna e lascio in tronco la storia.
Dove ci ha maggiore inverisimiglianza, di grazia; nello immaginare trascorsi due anni nello svolgere di una pagina, ovvero nel capacitarmi che tante e sì strane vicende sieno accadute nel medesimo giorno, e per lo appunto in un medesimo luogo? A mo' di esempio vi sembra che stia a martello, che l'Oreste del massimo Alfieri, avendo avuto tanto tempo di palesare nella reggia di Strofio allo amico Pilade, dove crebbero insieme, quello che mulinava nella mente; avendolo avuto nella nave mentre veleggiavano; avendolo avuto allorchè dal lido s'incamminavano in Argo; si decida a spifferare il suo proponimento di ammazzare Egisto giusto dentro la usurpata reggia, di cui i muri, a senso del tragedo illustre, vanno intonacati di spie?
E poi il romanzo, io ve lo voglio dire dentro un orecchio per la reputazione del sacro collegio[3] (e intendete delle Muse, non già di quello dei Cardinali, che reputazione non ha da perdere), è figliuolo illegitissimo di una Musa. Non tentennate il capo; io so quello che mi dico: le Muse in Olimpo, come accade di tante altre, che non sono Muse, in questo mondo, godono riputazione di vergini, e si hanno a predicare tali; quanto allo essere, gli è un altro paio di maniche; però una tradizione credibile racconta come certa Musa, affermano fosse Tersicore la ballerina, sviatasi dalle altre, andasse un dì su l'ora dell'Angelus Domini a visitare Bacco, che trovò assettato a tavola con un branco di Sileni e di Satiri; ci erano anco dei Fauni, ch'è quanto dire tutti elettori, i quali avevano votato per lui per mandarlo deputato al parlamento dei cieli; la Musa a contemplare cotesto spettacolo nuovo per lei, tôrse vereconda il passo e sì fece:
Della mano su gli occhi una visiera.
Felice lei e noi, se la visiera fosse stata più fitta! ma, no signore, ella si parò gli occhi come la vergognosa del campo santo di Pisa; onde scorgendo due satiretti che pigliavano a saltare, vinta dalla passione dominante pel ballo, ed anco per vanità, rimase.
Cessato il ballonzolo, la pregarono di mostrare un po' di che cosa fosse capace, ed ella, che pure aveva voglia che la vedessero dieci volte maggiore di quella ch'eglino avevano di vederla, si fece tanto e poi tanto pregare, che ormai come disperati stavano lì lì per cessare: della quale cosa ella spaventandosi, di sfascio saltò in mezzo alla sala, spanta, e briosa come vino che spilli fuori dalla botte lasciata per negligenza priva di zipolo. E' fu un delirio mirarla; andavano in visibilio Sileni e Satiri; per allegrezza agitavansi, baciavansi, qualcheduno piangeva alla dirotta, i più ridevano ed abbracciandosi co' nappi pieni in mano, venivano col barellare a versarseli sul capo, senza avvertire da lunge mille miglia che un giorno le anime si salverebbero dalla eterna dannazione a quel modo, e per di più adoperandoci non mica vino, ma acqua schietta. Quando la Musa fu stanca le porsero a bere; ella se ne schermì dicendo, ch'era solita spegnere la sete sua nell'acqua chiara delle fontane di Parnaso. Bacco le rispose che l'acqua era buona per fare i bucati; gradisse una tazza di nettare, e non credesse che fosse vino del piano di Pisa; e poi soggiunse che per compagnia aveva preso moglie un frate. La Musa bevve e dopo tornò a ballare; ribevve più tardi, e quindi col più snello dei satiri menò un gentile minuetto, e per l'ultimo un ballonchio da casa del diavolo, dove entrarono tutti; così produssero la veglia innanzi della notte un pezzo; e le guardie di sicurezza, che passarono e ripassarono sotto le finestre di casa Bacco, l'avrebbono fatta smettere di prima sera, se non li tratteneva il pensiero che i signori pari a Bacco in prigione non si mettono mai, bensì ci mandano spesso; però crescendo il baccano, e temendo i rapporti di qualche pezzo non meno grosso di Bacco, come sarebbe stata Minerva, la quale desiderava per le sue elucubrazioni la notte tranquilla, o vogli Venere che anch'ella ama quiete le ore notturne per un altro genere di lavori, sforzarono l'uscio ed entrarono in casa.
Egli era un mucchio di corna, di code, di orecchie asinine, di zampe di capra, di cosce pelose e di qualche altra cosa ancora; e sotto a quel mucchio (orribile a dirsi!) trovarono la Musa concia. Dio ve lo dica per me. Col favore della notte, la portarono a casa; Apollo, che fu per darsi del capo nel muro, buttò via di capo il berretto di cotone, spezzò le corde alla cetra e cantò un lamento senza accompagnature, che chi lo udì ebbe a dire: Apollo non avere mai fatto di meglio. Il peggio fu, che indi a pochi giorni pigliarono alla povera Musa le nausee, gli stomacucci, i capogirli, eccetera; onde ebbe a mettersi in letto; le sue sorelle mandarono per Esculapio, a cui dissero, le ingenue! che temevano forte Tersicore fosse caduta inferma pel male dell'idrope, per colpa di una famosa bevuta fatta a sangue caldo nel fonte di Aganippe. Esculapio visitò la inferma per di sopra e di sotto, e poi sentenziò che la Musa idropica veramente era; però di quella certa idropizia, che così in cielo come in terra guarisce nello spazio di nove mesi: non sbigottissero, non correre la sorella pericolo di sorta alcuna; però medico più adattato di lui per questa specie di malattia essere una donna: facessero capo a lei: egli designava loro madama Reale, la più famosa levatrice di Torino, donna capace e sopratutto segreta; ma se conoscessero di meglio, quella adoperassero.
Tersicore, ahi! Tersicore in capo a nove mesi partorì un fanciullo più bello del giorno, almeno Tersicore diceva così; e a questo fanciullo fu imposto il nome di Romanzo. S'egli, appena messa la testa fuori dal materno alvo, non chiese da bere come Pantagruello, secondo che ci racconta il Rabelais, storico veridico quanto il signor Ranalti e il signor Gualterio, marchese e intendente, che piglia possesso di Orvieto sotto il fuoco (stile di gala dei giornali moderati) gli è un fatto che a lui appena nato spuntarono le ali e si mise a volare; e vola e vola, ora si posò sul naso a Giove, che credendolo una zanzara, ci diede un picchio di ammazzare un cavallo, ma non lo colse, ora su la lancia a Marte, un dì stette con Ercole, un altro con Amore, ond'egli incominciò a raccontare le guerre dei Titani, le galanterie di Venere, le fatiche del figliuolo di Alcmena e le vicende di Psiche gentile; finchè aveva dei fatti veri si serviva di quelli, quando gli mancavano egli ce ne annestava di suo; diventato più adulto, derise li Dei, prese a bazzicare gente perduta, scrisse coi Greci le favole milesie, a Roma strinse amicizia con Apuleio, anco a Tito Petronio Arbitro resse la penna; insomma una ne faceva e un'altra ne pensava; per ultimo, tante commise scapestratezze, e tanti dolori arrecò a quella povera donna di Tersicore, che sovente tutta in lacrime, la meschina, ebbe a dire che ben per lei se dava retta a Momo, il quale, quando gli nacque il figliuolo, la consigliò a muso duro di metterlo nella ruota dei Trovatelli. Il peggio poi fu, allorchè il Romanzo si fece cristiano, e un dì scappando di casa alle muse portò via a Melpomene i coturni, a Talia la maschera, a Clio lo stile, ad Urania il compasso.
Tersicore andò a Roma alla cerca del figliuolo, e da quella via, per fare un viaggio e due servizi, baciare il piede al Papa, dacchè ella, come ballerina, una grande devozione pei piedi se la sentiva; però non se gli faceva baciare; ma a Roma le dissero che il Romanzo si era fatto turco; allora corse affannosa a Costantinopoli, e costà seppe come da parecchio tempo, ridottosi nella China, seguitava la credenza di Budda: non lo trovò neppure a Canton, perchè ito in America a farsi mormone; gli corse dietro invano per le terre degl'idolatri, a Londra, a Madrid, a Ginevra, alla fine lo trovò a Parigi, dove aveva aperto bottega di rigattiere di tutte le religioni del mondo. Magazzino sterminato di Numi smessi e da smettere, presso cui l'antico Panteon di Roma appariva un vero guscio di noce!
Quindi vago ei si mostrò mai sempre di mescere il sacro col profano, il serio col faceto, le lancie confondere con le mannaie; protervo e insolente, talvolta gli piacque, mutato in paggio, sostenere lo strascico dei manti regi o insinuarsi nei penetrali delle regine a rovistare nei e pomate, ed anco, ahimè! veleni; ardì anche ficcarsi dentro le alcove delle marchese e vedere e udire cose, che non si devono vedere nè udire, molto meno ridire; e non per tanto, non solo volle vederle e volle udirle, ma altresì, lo svergognato, volle stamparle, con tale una strage di anime, che Dio ve lo dica per me; poi mettendosi un perruccone in folio sul capo, assistè ai Consigli dei Principi e ci volle dire la sua; nè valse chiudergli le porte in faccia o tirare le cortine; chè quanto si covò là dentro di arcano, tanto lessero poi, pieni di spavento, spifferato pel mondo vecchio e pel nuovo. Conobbe i disegni delle battaglie del principe di Condè e delle fortificazioni del maresciallo Vauban, anche prima che questi gli avesse concepiti. Un bel giorno montò sopra una seggiola nel palazzo reale a declamare con Camillo Dumoulin, muggì col Danton alla Convenzione, miagolò col Robespierre ai Giacobini, schiattì col Marat nello Amico del popolo; poi stette a vedere il ballo di tondo di tutta questa gente e dei reali di Francia, che stringendosi per la mano sparivano uno dopo l'altro nel regno della morte, come gli anni si dileguano nella eternità; e la mannaia batteva la musica per tutti.