Poi per ricrearsi venne in Italia, e si aggirò pei colli della Brianza, dove conobbe Renzo e Lucia, e prese tabacco nella scatola di padre Cristoforo; un degno frate in verità, ma il Romanzo dentro un orecchio ai suoi amici sussurrava sommesso, che tre quarti delle virtù del frate Cristoforo Alessandro Manzoni le aveva tolte a nolo da lui Romanzo, con promessa di riportargliele finito il lavoro, e poi gliele aveva negate; egli avere taciuto e tacere per non fare scandalo, ma, conte o non conte, questo cavargli di sotto tante virtù per regalarle altrui... e poi a chi? a un frate! sembrargli solenne bindoleria. Basta! contentarsi per ora, che i Promessi sposi si chiamassero romanzo: caso mai si attentassero battezzarli storia, egli era capitale da citare il signor conte davanti il giudice civile, ed a un bisogno anche criminale.
A Livorno ci si condusse per amore dei bagni di mare, e stretta amicizia con un popolano, gli mostrò con certa sua lanterna magica le virtù e le colpe di un popolo caduto, e l'anima grande del Ferruccio, che ad ogni secolo (e n'erano già passati tre) si affacciava sdegnosa fuori del sepolcro per domandare se l'ora della vendetta era venuta; e il popolano accelerò la vendetta con arte, che di leggieri avrebbe potuta essere superata da ogni uomo; nessuno avrebbe potuto superarne il coraggio, l'impeto e l'odio contro la tirannide.
In somma, chi può adesso tenere fermo il Romanzo o circoscriverlo dentro certi confini? Taluno lo ha visto attraversare il deserto accoccolato sul cammello dell'arabo; chi lo trovò a Siviglia a cantare per la notte stellata una canzone del romancero sotto la finestra della più bella senora del paese; lo incontrarono nella baia dell'Udson col Parry e col Franklin; si trattenne con gli Esquimesi, bazzicò coi Camsciadali; incammuffato di pelle di vitello marino, sostenne l'aere pingue dei loro antri, schiariti dall'olio di vitello marino; partecipò alle mense di vitello marino; assistè alle caccie armato di ossi di vitello marino e tutto questo per raccogliere la storia delle loro passioni e raccontarcela; passò in China, scavalcando di un salto la muraglia, fu in India, entrò in Jeddo, malgrado il divieto dello imperatore del Giappone, e per l'America corre e ricorre costante e benefico a mo' di vento etesio. Ora dunque consentitegli ch'ei vaghi a suo senno, non gli chiedete forme antiche, nè osservanza a regole vetuste, imperciocchè egli si rinnova sempre, Proteo inesauribile della letteratura moderna. Un giorno forse anch'egli verrà meno, e si troverà attaccato al palco, come una giubba vecchia in bottega dell'ebreo in compagnia dei poemi epici, dei trattati di metafisica, di storie contemporanee, ma per ora egli palpita, egli regna; non gli perfidiate pertanto vivere a modo suo, dacchè egli vi lascia vivere al vostro; per le quali ragioni che a me paiono tutte buone, vi prego immaginare che voltando una pagina sieno discorsi due anni; e chi lo vuol fare, sì il faccia, chi no, mi rincari il fitto e ripiglio la storia. —
Sono discorsi due anni, e niente sembra mutato in casa Orazio; forse, guardandoci sottilmente, negli angoli degli occhi e sopra la fronte di lui il tempo ha terminato il solco della ruga principiata da un anno fa, e ora torna indietro per mettere mano a condurne un'altra accanto; e sopra la faccia di Betta si legge pur troppo la medesima storia: ma queste sono cose, che non giova avvertire mai, massime nelle donne, di cui capitale se non unico, almanco più chiaro consiste nella bellezza vera o presunta.
Tutto uguale dunque, perfino la tazza del thè fumante dinanzi ad Orazio, il quale, seduto co' gomiti appoggiati ai bracciuoli del seggiolone, le dita intrecciate, con la persona china in avanti, stava fisso fisso guardando, non mica gli oggetti sensibili parati dinanzi a lui, bensì le visioni del proprio spirito; e su questo punto non cadeva pericolo di sbagliare, imperciocchè le sue pupille sbalestrassero una a ponente, l'altra a levante.
La Betta, che da un pezzo mirava cotesto divagamento dello intelletto di Orazio, e n'era inquieta, onde trarnelo fuora prese a tossire, e smovere i mobili, e ad agitargli la mano sugli occhi, nella guisa che costumavano i santi quando cacciavano via da loro le tentazioni e le mosche, nè tutto questo bastando, postergato ogni rispetto, gli si accostò, con ambedue le mani gli cinse il capo, e con divina audacia se lo fece posare sul seno. Orazio tremò, e tornato in sè, non volle e non seppe liberare il capo dalla benevola stretta, bensì le lacrime gli spuntarono negli occhi, le quali si sparpagliarono per le palpebre, e quivi rimasero appese come stille di rugiada su l'orlo delle foglie, pure aspettando le consumi il sole.
— Io pensava, alfine disse Orazio con un gemito.
— E troppo spesso, e troppo lungamente, perchè il suo cervello non abbia a patirne; si rammenti che ci abbiamo avuto due o tre picchi, caro signore Orazio.
— Ma il trapassare d'idea in idea non affatica come credi, Betta: quello che fa male davvero è il pensiero fisso, questo poi trapana il cervello; io lo sento qui doloroso come un bottone di ferro infocato.
— E glielo credo; dunque perchè la si vuole limare sempre dentro cotesto pensiero solo?