— Peggio, Betta, peggio. Avrebbe Marcello potuto avere così poco cuore e punto giudizio da mettersi a simili sbaragli senza farmene motto? Gli basterebbe l'animo di lasciarsi ammazzare per assassinare il suo zio? Che gli ho fatto io perchè egli voglia morire prima di me? Il figlio unico non può nè deve andare alla guerra. Napoleone, vedi, che mise in pratica moderna la favola antica di Saturno, che divorava i proprii figliuoli, Napoleone stesso consentì che i figli unici rimanessero a casa: anco a lui parve che pel figliuolo unico corressero maggiori obblighi per istare, che per andare, non fosse altro per ammannirli altri figliuoli come legna da ardere nella fornace della sua ambizione. E poi si trattasse di guerra patria, li dia la peste! non lo vorrei trattenere, no, quanto è vero Dio che ci deve giudicare; senonchè mi farei allestire la cassa, e ma' mai ci arrivasse la notizia: Marcello è morto; io ti direi: «Betta, buttiamovici dentro, e finiamo questa burla sguaiata che si chiama vita!»

— Oh! che cosa mi dice, signor Orazio? Ed io aveva sentito leggere su la Opinione, che cotesta guerra ce l'eravamo recata sopra le spalle per amore di patria, ed io ci aveva creduto.

— Che vuoi tu, Betta? Iddio essendosi per la centesima volta pentito di avere creato questa razzaccia umana, voleva distruggerla, ma si trovò legate le mani per virtù dello antico contratto, che, come sai, stipulò con Noè, quando egli uscì dall'arca; pure volendola punire con qualche cosa, che equivalesse al diluvio, rovesciò sopra la terra i giornali. Se n'eccettui taluno, ma raro, tutti gli altri dêtta la ignoranza, la presunzione scrive, la fame compone, la calunnia ne rivede le bozze, l'ambizione stende lo inchiostro su le pagine, la cupidità stringe il torchio, la infamia vende. — Il giornalista è il sicario dei tempi detti civili; come il sicario di notte opera stampando e scrivendo; come il sicario ti aspetta larvato al canto per colpirti alla sprovvista; come il sicario perdutissimo e bestiale può con un colpo di stiletto ammazzare un eroe Ravaillac che passa il cuore a Enrico IV. Però la Provvidenza, che presto si placa, se non potè distruggere il fatto ci porse il suo rimedio, affinchè gli uomini avvertiti se ne preservassero; e però come al serpente a sonagli assegnava il fruscio della coda, ella impartiva ai giornali un odore nauseante, e questo per l'odorato; inoltre li condannava a rimanersi sempre fradici, affinchè insozzandoti le mani, ti facessero fede che la è roba sempre sudicia.

I giornali pertanto il più delle volte sono pagati per istrozzare la coscienza pubblica; però tutti, o quasi, hanno sonato le campane a festa per questa benedetta guerra di Crimea, e il popolo n'è rimasto intronato: ma qui che le campane non si fanno sentire, ti dico aperto che la guerra di Crimea è mossa da causa fin qui nuova negli annali della follia, voglio dire per l'adulazione. Nella speranza remota di un benefizio ci arrechiamo un danno certo; nel presagio di acquistare un amico andiamo a provocarci un nemico sicuro, e poi tu hai, o Betta, a ficcarti ben dentro la mente una cosa, anzi due, che un popolo non acquista la sua libertà esterna querelandosi per le reggie dei potentati stranieri a mo' dello accattone alla porta del convento: a questo modo buscherai una ramaiolata di broda, non la libertà; e quanto alla libertà interna, Dio volesse che ai popoli la offerisse Igea dentro una tazza colma di salute, ma non è così; questa pure noi non possiamo acquistare, eccettochè con la ricetta, che adoperò Ercole contro l'idra Lernea; voglio dire, botte da ciechi: e per compendiare tutto in poche parole, così dentro come di fuori libertà non si ottiene con la destra stesa, bensì stretta; quella si addice al mendico che supplica la elemosina, questa al guerriero che minaccia il nemico con la spada.

— Dunque concludo, riprese Betta, che se Marcello non se n'è andato lontano per mare nè per terra, senza fatto deve trovarsi vicino.

— Ma! neanche con la riga in mano si argomenterebbe così diritto.

— E se si trova prossimo tanto più avrà ad essere facile rinvenirlo: per la quale cosa io giudico, innanzi tratto, che ella farà benissimo a pigliarne lingua scrivendo a qualche suo amico di Milano, a mo' d'esempio al signor Tondi, quel mercante suo amico.

— Tu parli santamente: ma cotesti poveri Lombardi tanto sono trassinati da quelle bestiacce di tedeschi, che tengono sempre le orecchie ritte come lupo che aombri; se avessi potuto concertare col Tondi una maniera d'intenderci, fingendo favellare di zuccaro o d'indaco, io credo che mi servirebbe volentieri; diversamente temerà di guastare i fatti suoi sul dubbio che qualche lettera gli sia soppressa, e la polizia vada a pescare nella ricerca di Marcello qualche insidia al paterno reggimento di S. M. Apostolica.

— Aspetti! Allora scriva a Don Placidi, quel dabbene canonico che ride tanto, che mangia tanto, che beve tanto, che...

— Certo il canonico, per quello che fa la piazza, gli è proprio fiore di galantuomo, ma tu capisci bene che mi si professa amico dalla mano sinistra, come i principi di corona, sposano le vassalle, e ma' ma l'Arcivescovo sospettasse che mantiene meco pratica, s'egli stesse contento a sospenderlo a divinis sarebbe bazza. Ora i preti, e sopra tutti gli altri cristiani i preti, dei precetti di Gesù tengano a memoria ottimamente quello, che la carità, affinchè possa chiamarsi perfetta, deve incominciare da sè medesimo; anzi molti opinano che Don Mestesso fosse prete, e affermano che il papa lo avrebbe fatto senz'altro cardinale se non moriva d'indigestione cappellano.