— Col visto del console austriaco.

— E il signor Orazio me lo ha taciuto?

In queste semplici parole ci era tanto peso di rimprovero, che il signor Orazio abbassò il capo, senza potere formare una parola, ed anche Betta se ne stava alquanto sopra di sè, ma subito dopo, come chi razzola da un balzo si attacca ad ogni tignamica, ella insistendo soggiunse:

— A quest'ora?

— Basta che mi affretti sarò a tempo all'ultima partenza della strada ferrata — e così parlando Orazio additava l'orologio posto sul caminetto.

— Ma la notte, il freddo, l'umido, la tosse, il reuma, l'emorroidi, l'ernia, il mal del fegato!... Signore! Oh! se si inferma chi lo custodirà?

— Mi sono coperto bene, ho meco il mio fascettone di lana, e questo pel freddo, l'umido e gli altri malanni; pel rimanente la ferma fiducia nello aiuto di Dio.

— E se lei casca in sospetto di cotesti scellerati di austriaci? Signore! mi viene la pelle di pollo a pensarci soltanto.

— Betta, di grazia, sgombrami la via; vedi, tu non potresti trattenermi nè manco se tu fossi Andromaca, e mi porgessi su le braccia Astianatte.

— Qui non ci hanno che fare le natte; bensì tedeschi... La supplico non si esponga, signor Orazio... non metta a cimento la sua vita... abbia carità di lei... ed anco un poco di me!