— È giusto! disse Betta.
— È giusto! soggiunse Orazio, anzi per udirlo a bello agio, Betta, non ti sia per comando, riportami il thè.
E il thè fu portato e versato fumante nelle tazze, ma prima che Orazio e Betta se lo accostassero alle labbra, Marcello incominciò:
— Arrivai a Milano, dove non mi presi briga alcuna di informarmi quante miglia distasse da noi l'Australia, contentandomi sapere che l'erano troppe più di quelle, che io volessi fare; e poichè mi paragonava ad una nave lanciata seguitai lo impulso, che mi pareva avere ricevuto, non ismettendo punto, anzi crescendo le spese: se però mi venisse attorno quella specie di farfalle, che invece di consumarsi le ali passando di mezzo al fuoco lo consumano, pensatelo voi; ce ne fu di ogni maniera antica; se qualcheduna nuova, tra queste principale il perseguitato politico; io ebbi modo di cavarne per mio uso il ritratto, e glielo mostro. Stia attento.
Il perseguitato politico per ordinario porta i capelli corti alla soldatesca, i baffi idem; gli uni e gli altri lustri di grasso, profumato o no, non importa; ma per lo più sa di sego; in guisa che per questo la sua età non apparisce giusta; vero cannocchiale per gli anni ora li sfodera a cinquanta, e, se gli torna, anco a sessanta; se no gli tira fino a trentacinque, ed anco a trenta; e se una donna cinquantenne gli osserva: — come siete giù! vi avrei giudicato più attempato; egli sospirando risponde: — Ah! madama, per le angoscie del cuore l'uomo invecchia presto; possa non provarle ella mai, madama, le pene del cuore. — Allora madama trova che egli può benissimo avere trent'anni soli, ed anco meno.
Egli veste un abito abbottonato fino al sommo del petto, e talora ci si vede una cima di nastro; e se gli venga domandato a quale ordine cavalleresco appartenga, ne dirà uno di Portogallo, o turco, o tunisino; anche la persona egli tiene su rigida come uomo avvezzo agli esercizi militari: quanto al fumo, sembra perpetuamente in gara con la cappa del cammino di una vaporiera; adopera il sigaro; più sovente la pipa; anche sembra nato gemello con lo stipite del caffè, donde si muove solo per accompagnare i suoi conoscenti al tavolino per bere con esso loro di tutto e sempre; poi torna al posto: egli entra in tutte le liti, di tutti i duelli è il padrino; se riesce a comporre in pace i duellanti è bene; se non riesce è meglio: solo questa giustizia bisogna rendergliela; procura che non seguano mai morti; e se prima dello scontro non era amico di veruno dei litiganti, lo diventa senza fallo dopo di tutti e due; quando si viene a discorrere di casi successi, egli è tomo di dire come il conte di San Germano, allorchè presero a contrastare in sua presenza di un fatto accaduto alla corte di Luigi XIV cento anni innanzi: — no signori, non andò così, e lo so perchè mi ci trovava, o, anzi, stava allato di lui col candelliere in mano.
Difatti egli era a Saragozza quando la presero di assalto i Francesi, e vide proprio co' suoi occhi veggenti scrivere al Palafox il famoso biglietto: guerra a coltellate! — Mina, il Pastor, il curato Merino gli ha tutti su le dita. In Grecia si trovò a sostenere cadente il povero Santorre Santarosa a Sfatteria, e fu per lui se si conservò il ritratto dei suoi cari, ch'egli a furia di baci stinse mezzo la vigilia della battaglia;[4] e chi tenne per le falde il vescovo Germanos mentre si buttò di sotto dalla torre di Missolungi se non egli? E lo salvava se la tonaca di quel degno sacerdote non era troppo logora, sicchè sul più bello gli si strappò in mano. Egli a Marco Botzaris suggerì un'insidia, a Miauli un colpaccio disperato, con Canari entrò nei brulotti co' quali andarono a bruciare i vascelli turchi, ambedue spensierati e alla carlona come quando si accende il sigaro.
Quanto più ci accostavamo alle nostre parti, tanto più si mostrava discreto: si era però trovato co' fratelli Bandiera, ma per amore di Dio non lo dicessero; nelle cinque giornate di Milano egli fu la mano destra di Carlo Cattaneo; ma avendo preso cura d'imbrattarsi il viso, non era stato riconosciuto da nessuno. Si afferma viscerato di Kossuth; fratello di Mazzini; di quei di Francia non si discorre nè manco. — Donde viene egli? Secondo i paesi dove si trova muta polo. In Ispagna fu italiano, in Italia spagnuolo, ma a volta a volta ora esce di Sassonia, ora di Moldavia, ora di Vallachia; e non lo tradiscono i costumi, nè la favella, perchè fantino fu tratto di casa, e i genitori lo lasciarono presto orfano, e poi la lingua francese è lì per torre via ogni originalità, come il bianco di calce per imbiancare qualunque segno sopra le parete. Per quale diavoleria con tutte queste cose, che io dico, e molto più, con quelle che io taccio, egli sia stato e si rimanga a Milano, pare proprio un miracolo, e miracolo maggiore che la polizia non abbia preso lingua delle sue parole, ch'ei studia moderare, ma che pure basterebbero, anzi ne avanzerebbero mezze per condurlo diritto come un fuso allo Spilbergo, o in qualche altra villeggiatura di S. M. Apostolica.
Siccome il proscritto politico fa professione di comunismo pratico, non teoretico, ed afferma di più avere versata in altri tempi la sua messa nella borsa comune con tanta generosità, che nè anch'egli, pensandoci sopra un giorno, saprebbe dire a quanto mai ascenderebbe, e ciò credo ancora io; basti questo che a lui non rimase più nulla; e che non possieda più nulla è verissimo, ed io lo so ch'egli prese a esercitare sopra le mie povere robe un saccheggio regolare quotidiano, con tutte le regole dell'arte. La mia guardaroba non si trovava tanto fornita, che potesse resistere a simili assalti; ma lo fosse stata il doppio e il quadruplo, in capo ad una settimana avrebbe dovuto votarsi; inasprito un dì, che io lo vedeva mettersi in tasca il mio penultimo paio di calze, gli dissi corna; ma egli mi volse uno sguardo di pietà, e avvoltosi superbamente nelle pieghe del mantello, che mi aveva preso, rispose: — pur troppo prima d'ora mi sono accorto, Marcello, che da te non ci sarebbe stato modo di cavarci niente di buono: le vie della perfezione stanno chiuse irrevocabilmente dinanzi ai tuoi passi: — tu porti il nome del nipote di Augusto, primo tiranno di Roma; tu non potrai essere buon repubblicano mai. — Così favellando usciva, e indi in poi mi fu facile levargli di sotto qualche cosa di mio come pelare i capponi, che Lorenzo ci mette in tavola lessati. Però devo confessare, e veda, zio, lo faccio senza corda, non fu il solo genere mascolino che provai infesto; io ebbe a sostenere la guerra contro tutti i generi della grammatica; il femminino quanto il mascolino, ed anco il neutro mi volle dare la sua zampata; chè certo prete mi portò via venti svanziche per non so qual messa pei morti di Curtatone e di Montanara. Io, deve sapere, signore zio, ebbi mai sempre trasporto alla dinamica; onde mi posi a considerare con l'attenzione, che per me si poteva maggiore, lo strano perturbamento che giusto adesso si operava nelle sue leggi; per ordinario se piglia una tavola e la mette in bilico, quanto più aggraverà di peso una delle cime tanto più si leverà l'altra; ora della dinamica dei quattrini conobbi che la facenda cammina non solo diversa, ma contraria; difatti in proporzione che il peso dei marenghi scemava da un lato, il giudizio saliva dall'altro: tanto e' si era levato in alto che fin là credo ei non vi sia giunto prima, nè giungerà poi; anzi mi parve miracolo che non gli pigliasse il capogiro. Il giudizio dal sublime soglio, dove lo aveva sospinto la imminente miseria, schierò dinanzi a sè i miei marenghi, come si dice che costumasse Serse i suoi soldati prima di entrare in Grecia, e conobbe che bisognava affrettarsi a ingaggiare la battaglia, se non voleva rilevarne una batosta irreparabile quanto vergognosa. Dato il segnale, ecco comparire sul campo in acie ordinata il locandiere, la lavandaia, il sarto, il caffettiere, il calzolaio, eccetera, armati fino ai denti dei loro conti, e fulminarmi col fuoco di fila delle somme finali; combattei al pari di Leonida, giacqui, risorsi, e grondante sangue per mille ferite rimasi vivo, e vittorioso pagando, come talvolta anco nei tempi moderni è accaduto a qualcheduno.[5] Rassegnando i miei dopo la battaglia, vidi che mi erano rimasti giusto otto marenghi, e per istrano caso un Napoleone I, un Luigi XVIII, un Carlo X, un Luigi Filippo, una Repubblica, un Carlo Alberto, un Vittorio Emanuele, un Napoleone III. Due imperatori, cinque re e una repubblica per 160 franchi non era caro. Però essendomi agguantato il capo con le mani per bene contemplarli, e cavarne i responsi, mi parve che Napoleone I prendesse a movere le labbra, e subito dopo un suono metallico mi percosse le orecchia, il quale diceva: «nè senno, nè fortuna, scompagnati dalla giustizia, fondano cosa durevole, ed io fui ingiusto, vinsi battaglie inani, feci del papa una statua di marmo, che poi cascatami addosso mi schiacciò i calli; il trono, comecchè coperto di velluto rosso andava composto di ossa umane slegate, onde mi scrollò sotto, e battei del postione su la terra; infelicissimi casi! Ma di tutti più infelice l'ultimo, quando dal pulpito di Santa Elena mi strinse il bisogno di predicare alla terra, affinchè mi amasse, mi ammirasse o almeno compiangesse; predicai al deserto, e il deserto delle acque provai più desolato del deserto di arena; imperciocchè questo taccia sepolto in silenzio di morte, mentre l'altro rompendosi nelle roccie col suo perpetuo fiotto parve irridermi dicendo: bugiardo! bugiardo!»
Io stava per blandire cotesto marengo afflitto, quando entrò in quel punto un ultimo avversario a darmi di uno stocco nel petto.