«La logica, soggiunse la figura, è l'aritmetica delle azioni umane; ognuno presume sapere che l'undici viene dopo il dieci, e pure pochissimi al cimento dimostrano saperlo; tu procura principiare sempre dal principio, e quando ti affermano che due e due fanno quattro, prima conta due volte su le dita toccandoti una volta le labbra e l'altra il naso.»
— Sarà servita, risposi io.
Carlo Alberto passò senza far molto; solo pareva tentasse voltarsi addietro per vedere, ma il collo di metallo non gli consentì il moto; allora mi parve che spirasse, ma non lo posso assicurare; venne la volta di Vittorio Emanuele. Signore che conio! Chi scolpì la effigie di questo re sopra le monete può vantarsi essere maestro e donno di quanti mangiano a tradimento il pane dello Stato; certo è che il re non potrebbe dire a questo operaio quello che disse Carlo V quando raccolse il pennello a Tizio: «maestro, voi mi avete dipinto un ritratto da amico; le donne che s'innamorassero di me sopra la vostra effigie corrono rischio di disamorarsi sul mio originale.» Il marengo di Vittorio Emanuele anch'egli, acqua in bocca; solo mentre io lo considerava udii come se una voce mi sussurrasse nell'orecchio destro:
Lunga promessa. . .
Mi voltai per vedere chi fosse quegli, che mi era venuto dopo le spalle, e non iscorsi persona; ma intanto che piegava il collo per mirare Napoleone III, dal quale mi riprometteva udire mirabilia, ecco la voce bisbigliarmi nell'orecchio sinistro da capo:
. . . coll'attender corto.
Da capo mi voltai e rivoltai, e persi a un punto la vista dell'ente arcano, che recitò in due parti il verso di Dante e le parole del marengo rappresentante Napoleone III, il quale colto il destro si era messo in mucchio con gli altri, allegro in vista come uomo che sia passato dalla porta senza pagare la gabella della carne macellata che ha sotto.
Questo mi dissero i nette marenghi; dopo ciò statuii tenermeli cari come i sette sapienti della Grecia, e poichè pur troppo prevedeva che avremmo dovuto separarci, volli ordinare le cose in maniera, che questo accadesse più tardi, che fosse possibile. In tale intento licenziai la stanza all'albergo, e mi posi in cerca di un ricovero, il quale trovai tosto intorno al Duomo al primo piano cominciando a contare dal tetto; e mi piacque per tre cose; la prima fu un abbaino nella sala, dove affacciandoti montato sopra una sedia tu potevi fare all'amore con le tante piramidi del Duomo; la seconda, ch'era imbiancato di fresco, e così immacolato per virtù del pennello dello imbianchino, quanto la nostra Donna lo fu in grazia del sommo Pontefice Pio IX; la terza una finestra nella cucina, donde in venticinque minuti facendo forza di braccia si poteva attingere un litro di acqua nel pozzo sottoposto; ebbi letto, ebbi una seggiola con tre piedi, e non mi dolse, rammentandomi che anco la Sibilla quando dava i responsi si metteva a sedere sul tripode, una catinella incrinata, una mezzina senza manico; mancavano i candelieri, ma ciò non fece ostacolo; praticando il mondo, aveva visto come le boccie servano a illuminare le genti piene e vuote, vive e morte, e ciò a differenza dei cinque quarti e nove decimi della umanità che viva non fa lume, e morta anche meno: però, sebbene io stessi unicamente, non potei dissimulare a me medesimo che pure qualche coserella mancava...
— Marcello, sono dieci minuti, che io ti ascolto mentre il pensiero mi ondeggia tra il bevere questa tazza di thè, e lo scaraventartela nella testa.
— Dacchè ella ha avuto la bontà di consultarmi prima, il mio parere sarebbe che se la bevesse...