— Lo stampatore sovente merita quattro volte o sei abborrimenti più del tiranno, imperciocchè, mentre questi è padrone del corpo soltanto, quegli vilissimo schiavo si affatica a imbestialire le anime, e lo intento a cui mira il primo, comecchè nè buono nè grande possa essere mai, pure talvolta gli avviene apparire non turpe mentre turpissimo e meschino fu sempre quello del secondo; chè consiste unicamente nello intascare poca moneta, prezzo d'infamia. Gli stampatori, invocati chirurghi ostetrici ai parti letterarii, non vanno, o su cento volte vanno una, e allora per mal talento senza la operazione non se la sanno cavare mai; se salvano il parto, ammazzano il padre.
Come il padre? Interrogai me stesso, offeso del paragone.
Sì signore, risposi, perchè nel paese delle Muse a ingravidare tocca agli uomini e non alle donne, o almeno queste di libri impregnano di rado.
Gli stampatori arieno a pigliare la torcia e far lume per le scale agli uomini magri sortiti all'onore di avere udienza da Apollo su in cima al Parnaso; ma essi, maligni o avari, per avanzarsi la cera a mezze scale spengono la torcia esponendo gli scrittori a rompersi il collo dove mettano un piede in fallo. Gli stampatori preposti all'uffizio di mostrare ai giovani ingenui i monumenti antichi e moderni, onde ne viene alla città decoro immortale, sapete voi dove me gli menano spesso? Lo volete sapere? In bordello. Gli stampatori cui si commette il carico di nutrire chi nutrisce ed arrichisce loro, altro non sanno, o non vogliono fare, che menarli diritto allo spedale, e quivi gli lasciano mostrando meno previdenza del contadino (di umanità non si parla), il quale innanzi di mangiarsi il porco almanco lo ingrassa. Schiavi vilissimi un giorno di quale o la coscienza o l'imbroglio o l'errore misero a splendere sul candeliere, tiranni sempre del merito modesto.
Con la medesima coscienza, o piuttosto con la stessa sfrontatezza, l'editore ti stamperà l'Aretino e San Tommaso, la Imitazione di Cristo e le Novelle dell'abate Casti, l'avviso dello stato d'assedio bandito dai Tedeschi su la Lombardia, una sentenza del consiglio di guerra, un invito sacro, un sonetto per ballerina; in una parola, prima ti stampano opere, che servono come d'introduzione al delitto, e poi per riscontro ti stampano il codice penale che lo punisce. Di libertà trafficano e di tirannide a mo' che i pollaioli fanno delle galline, e l'una e l'altra serbano nella medesima stia, per tirare loro il collo, e pelarle secondo l'avventore. Se Cristo cacciò via dal tempio i pubblicani a suono di frustate, i quali a fine di conto ci vendevano robe innocenti e necessarie al vivere del corpo, in qual modo e con quali argomenti ne avreste ad essere cacciati voi altri, che con lascivie, beghinerie e dottrine simili contaminate i sacri studii e le nobil scuole?
Per le quali considerazioni, e per altre che le somigliano, buttatomi su le spalle il lembo del pastrano per atteggiarmi a profeta Natan, levata la destra e agitatala per l'aere, vibrai contro la bottega del Tappati queste maledizioni.
Ascolti Dio i carichi che ti mando, e li compia a danno tuo e di coloro che ti rassomigliano, o libraio Tappati. Possa in capo alla settimana entrarti in bottega un solo chierico di campagna per comprarti un fascicolo della Civiltà Cattolica; — possa in capo al mese entrarci una femmina di partito, e richiesto il libro della Meretrice inglese, offrirti la metà del prezzo che costa a te; — possa un commissario di polizia in riposo entrarci in capo a un anno, e dopo domandato le opere del padre Tapparelli gesuita lasciartele sul banco perchè troppo care. — Ti falliscano i corrispondenti, e dopo averli spremuti sotto il torchio della prigione, non ti offrano più del venti per cento in quattro rate annuali di cinque per cento l'una. Capiti il conto di ritorno in mano ad Aronne giudeo, che te lo tenga rasente alla gola come il carnefice il filo del coltello. Rifiutino i bottegai i tuoi libri, come quelli che essendo in troppo piccolo sesto e di carta troppo sottile non servono a veruna della moltitudine infinita delle involture. Ti corrano tutti i mesi corti quanto il febbraio, perchè il padrone ti stringa frequente a pagargli la pigione del magazzino ingombrato indarno. Escano di sotto terra, scendano da' tetti topi e ratti a migliaia per rodere prima i tuoi libri, poi te e chi ti rassomiglia. Amen.[7]
CAPITOLO SESTO Dove s'impara come le donne non sieno libri turchi, che si leggono alla rovescia; e si tocca dei pericoli di prestare le carrozze.
Tutto questo mi parve, e bisogna convenire che era magnifico, però nulla confacente al caso nostro, anzi micidiale, onde noi ripigliammo il cammino, nè stetti guari ch'io m'imbattei nella officina del signor Lupato, mi segnai come quando giovanetto mi tuffava nel Po, e passai le soglie. E' pare che i letterati, e chi gli bazzica, emanino un odore affatto speciale, imperciocchè il Signore Lupato, quantunque non mi venisse precisamente a fiutare sotto la coda a mo' dei cani, tuttavolta mi riconobbe per servitore delle Muse; la quale riputazione crebbe due cotanti quando gli confidai che era nipote del signor zio, e senza avvertire al rischio di mandare su le secche la sua reputazione, gli dissi che da lei in fuori non aveva avuto altro precettore nel mondo: composi di botto certa favola sopra le cause della mia assenza da casa, la quale egli bevve, o, come credo piuttosto, egli finse di bevere, e per ultimo conchiuse: — desiderare con tutto il cuore sovvenirmi in cotesta necessità; però lì su due piedi non potermi esibire altro che la revisione delle bozze di stampe; pagare ordinariamente una svanzica per foglio di sedici pagine; a me come principiante avrebbe dovuto offrire meno: non volerlo fare; vedrebbe subito se gli avessi mangiato il pane a tradimento. A questo modo e sotto sì felici auspici:
Venni fatto aguzzino ed Amostante