Ora di Ettore non avanzano simulacri, e tu, di', non preferiresti durare nei ricordi della gente, che hanno sacro il sangue versato per la Patria come Ettore, che ingombro agli occhi come le statue di Faraone? Però quando pensi, scrivi, argomenti ed operi, intenditela con la tua coscienza e con Dio, nè porgere mai orecchio al susurro dei critici maligni, i quali vivono a mo' dei tarli, rodendo, e le infelici opere loro ad altro non sono buone, che a deturpare il capo di Giove con le tele di ragnatelo.
Così argomenta Domenico, e, se bene o male, altri giudichi, non io; solo dirò che Francesco, oltre i racconti politici, vide nella cantera altri manoscritti intitolati racconti fantastici, racconti bizzarri; ma Domenico gli aveva condannati tutti scrivendo sopra le fasce: stravizii dello spirito.
Di questi percosse Francesco uno, il quale Domenico aveva battezzato Storia, non già racconto, ond'egli senza riguardo alcuno lo prese e cominciò a leggerlo. Allo improvviso, quando ei se lo aspettava meno, si sentì battere sopra la spalla, e levando il capo vide Domenico, il quale sorridendo gli disse:
— Tu hai morso la mela proibita e duolmene per te, che d'ora innanzi tu partorirai i figliuoli con molto dolore e morirai. —
— E tu goditi la tua immortalità e lasciami leggere, rispose Francesco, non meno dell'altro motteggevole e arguto; diffatti non si rimase finchè non giunse in fondo, allora si ripose prima il manoscritto in tasca, e poi voltatosi a Domenico con faccia imperterrita, disse:
— Vedi, tu avresti a fare una cosa; tu me lo avresti a donare.
— Queste tue maniere, rispose Domenico, arieggiano agli imprestiti volontarii, che l'Austria metteva addosso alla Lombardia; tu prima pigli, poi chiedi. —
— Già! O che i buoni esempii non hanno a fruttare mai? Diversamente, tu lo sai, tanto è il male che non mi nuoce, quanto il ben che non mi giova.
— Ma tu, che cosa intendi farne?
— Stamparlo.