— Guardatene! Ch'ella è Storia pretta, sai? E le Dramatis personæ vivono tuttavia.

— Che monta questo? Mettonsi esse forse alla gogna per opere ree? Dunque lascia correre l'acqua per la china; ancora, ne caveremo guadagno, e poichè certo uomo di Stato versatissimo nelle scienze economiche (e mi dicono anche nelle morali, ma in queste un po' meno) bandisce come articolo di fede, che i poveri non hanno a possedere altro patrimonio, eccetto quello della carità pubblica, così bisogna da ogni lato empire questo salvadanaio: ne caveremo pertanto danaro pei poveri.

— Se dal mio calamaio può uscirne questo, accostati Francesco tanto ch'io possa rovesciartelo sul capo, e amministrarti un secondo battesimo d'inchiostro: ma di' un po, come si chiama egli l'uomo di Stato tanto generoso pel popolo?

— Te lo dirò un'altra volta; per ora mi basta che tu convenga meco che non importava innalzare la economia alla dignità di scienza, nè beccarsi il cervello per riuscire poi a cosiffatte dottrine. Il Senato di Genova fin dal principio dello scorso secolo, senza andare a scuola di pubblica economia, intendendo manifestare l'animo riconoscente al popolo dell'Algaiola, il quale per esserglisi mantenuto fedele vide le sue case sovvertite, i colti arsi, gli armenti distrutti, con amplissimo senatusconsulto decretò potessero cotesti fedeli disperati domandare liberamente la elemosina a Genova ed anco nelle Riviere, credo, ma questo non lo so bene. —

Misericordia! Pensa se Genova si sarà rimescolata da cima a fondo per tanto scialacquo! Dev'essere senz'altro da quel dì che giudicarono necessario sottoporre in massa il patriziato genovese ai curatori, perchè non mandasse a male il fatto suo.

I discorsi che furono poi hinc et inde alternati non importa riferire; tanto ne avanzi che Francesco si portò seco il manoscritto, il quale adesso stampato voi leggerete, se vorrete leggere. Forse non vi dorrà avere gittati via il tempo e i danari: ad ogni modo vi consoli il pensiero che il danaro non avrete gittato via di certo, perchè tapperà qualche buco fatto a cagione di debito palese o di miseria segreta. —

FINE DEL PROLOGO.

CAPITOLO PRIMO Nel quale s'impara come Betta facesse il Thè, e il signor Orazio la lasciasse stare.

Il signor Orazio se n'era tornato a casa lieto più del solito: giù per le scale lo avevano sentito cantare un'aria degli Arabi nelle Gallie, cosa che gli tolse l'incomodo di sonare il campanello, imperciocchè Betta lì pronta gli avesse fatta trovare l'uscio aperto: entrato in camera e sovvenuto da Betta, spogliò le vesti cittadine, scalzò le scarpe, depose la parrucca, ed in vece di tutte coteste robe e' si mise addosso una guarnacca di casa di dobletto bianco stampato a mele, carciofi e non so nemmeno io con quanti altri frutti e legumi, propriamente da disgradarne le sottane di Pomona; il capo cacciò dentro un beretto di cotone candidissimo, che pareva crema sbattuta, e i piedi dentro un paio di pantofole di marocchino giallo, fatte venire a bella posta da Tangeri.

Dopo avere dato sesto ad ogni cosa, seguito sempre da Betta, come il pio Enea dal fido Acate, scese a vedere come stessero i famigli, e a dare e a ricevere la buona sera; poi visitò Lilla la gatta, che appunto in quel giorno si era sgravata felicemente di mezza serqua di gattini; per ultimo volle governare di propria mano, secondo l'usanza vecchia, Rebecca e Tobia, cagna e cane per bontà esemplare, castità, discretezza e parecchie altre virtù cardinali (teologali non si era mai accorto che ne avessero) degne in tutto di figurare (se posso dirlo senza tema di sbalestrare a parole) nella santa scrittura a canto le altre bestie famose, che ci hanno preso stanza.