Terminato il giro, Orazio tornò in cucina dove prese un lume, che i famigli avevano intanto preparato, Betta ne tolse un altro, e così si avviarono entrambi verso lo studio; qui Orazio si assettò, si rincalzò e dopo essersi stabilito fermamente sopra il suo seggiolone a bracciuoli, domandò:
— Betta! si è visto nessuno?
— Visite ne anco una, di fogliacci un diluvio: ecco lì, stanno davanti a lei.
— O bene! esclamò Orazio fregandosi le mani alla vista di cotesto mucchio di carte, ecco di che passare senza ozio la serata.
— Ed anche la massima parte della notte, e forse tutta senza chiudere un occhio: ma, caro signore Orazio, mi dica in grazia, o che ci guadagna ella a stillarsi il cervello a quel modo? Di quattrini, la Dio mercede, non ne abbiamo più bisogno; la scienza, mi ha detto gente che la conosce, è una torta tanto grande, che un uomo, il quale vivesse quanto Noè, se arrivi mai a mangiarne una fetta ed anco piccina, è bazza; e poi ella ne deve possedere tanta da caricarne un mulo e forse due; dunque quando, caro signore Orazio, vorrà riposarsi una volta?
— Avremo tanto tempo da riposare al campo santo, Betta mia; ma addesso va a farmi... o piuttosto va' ad ordinare che mi facciano il thè. —
Betta andò, fece e tornò col thè: interrogato Orazio se avesse a mescerglielo, quegli col cenno della mano rispose affermativamente, e Bella lo versò secondo il consueto in due tazze, una per lui l'altra per lei; ma siccome nè egli beveva, nè la invitava a bere, così ella si ritrasse da parte pure aspettando.
Con le braccia pendenti, le mani una dentro l'altra intrecciate, Betta si mise ad agguardare Orazio, ma non le veniva fatto di vederlo in viso, perocchè egli lo tenesse nascosto dietro un foglio, che pareva leggere con molta attenzione: tuttavolta riusciva difficile a credere ch'egli leggesse, tremandogli le mani per modo, che il foglio andava su e giù come il pettine del telaio. Betta si peritava a dirgli qualche cosa, e per altra parte si sentiva rifinire dentro; col naso al vento, gli occhi fissi, il volto sporto a mo' di bracco da punta intorno al cespuglio dove ha sentito stormire la lepre, ella ogni atto spiava, ogni moto di Orazio, i quali le porgessero così un po' di addentellato per iscalzarlo intorno alle cause di codesto subito affanno, quando ecco di botto a Orazio si prosciolsero le braccia, e il foglio gli cascò di mano; senonchè per virtù di volontà si riebbe tosto, e a prevenire qualunque domanda molesta disse con voce avventata:
— Betta! il thè... va farmi il thè....
— Caro signore Orazio, riprese Betta con un suono di voce che la sola donna possiede, conciossiachè nel sangue delle donne entrasse per eredità di quelle figliuole degli uomini, che si sentirono dire dagli angioli: vi vogliamo bene; — caro signor Orazio, la non se la pigli così di petto; ella che la sa lunga, dovrebbe approfittarsi per suo uso del precetto, che vale meglio un asino vivo che un dottore morto.