— Tu parli di oro in oro, ma come entri la morte col thè, io non ce lo so vedere.
— La morte no, che Dio guardi, bensì il suo affanno; oh! ella non è di quelli che perfidia a negare un po' di cervello a noi altre povere creature, perchè non sappiamo di lettera. No davvero, le si legge in viso, come in un libro da coro, il male che le ha fatto cotesto maledetto fogliaccio; dianzi aveva una cera da Gabriello, adesso poi... sto per dire che quando il re Erode ordinò la strage degl'innocenti, doveva essere come lei, o giù di lì... e poi la vuole vedere chiara che il suo intelletto ha dato nei gerundii? Miri un po': il thè lo ha chiesto da venti minuti in qua, ed io gliel'ho mesciuto per suo comando... e da venti minuti le sta davanti ed ella non se ne accorge.
— Ouf! che caldo, proruppe Orazio, e con la mano destra si coperse gli occhi, pure studiando sottrarsi alle investigazioni di Betta; per la quale cosa pigliò il partito d'interrogarla:
— Betta, che ora fa adesso? —
Era scritto che per cotesta notte ad Orazio non dovesse andarne una a bene, onde Betta, levatesi ambedue le braccia sopra il capo formando come un angolo a sesto acuto, esclamò con voce piagnolosa.
— O santa Vergine, proteggetelo voi! Oh non ha sentito il suo orologio lì sul cammino sonare testè le undici ore, e chetarsi giusto nel punto in che mi sono chetata io.
— Bè, sta bene; or va, Betta, a dire ai servitori che si mettano a letto, non ho bisogno di loro.
— Sì, signore.
— E se ti accomoda, ci puoi andare tu stessa.
— No, signore.