— E presso a morte, interruppe beffando lo zio, non ti dimenticare di avvertire l'assistente:
Mi metterai quel collarino bianco,
Ch'ella di propria mano ha trapuntito.
— Attenti! Attenti, signori, a quest'altra bellissima veduta, gridò il giovane con lieta voce e con gioconda faccia; ma chi avesse potuto mirarlo dentro gli sarebbe comparso tutt'altra cosa, imperciocchè egli avesse sperato di far breccia nello animo dello zio, e l'attenzione silenziosa di lui glie ne porgesse fin lì credibile argomento; ora poi per cotesta berta cascava dalle nuvole per dare un picchio sul lastrone; però maliziato per arte e per ingegno, che in simili occasioni soccorre sempre naturalmente i giovani, capì che qualche senso il suo racconto doveva pure avere operato; onde studioso di non lasciarlo raffreddare, ecco, rincalzava più forte:
— Eravamo di notte, in mezzo dello inverno, correva una freddissima stagione, quando mi percosse dalla strada uno strepito del diavolo: — agguanta! dalli! ammazza! e un fuggire e un inseguire da mettere i brividi addosso. Di un tratto mi parve che picchiassero a colpi concitati nella porta di casa della vicina, e tanto bastò perchè di un salto io fossi al buco, e vidi... chi vidi? il signor Felice stravolto così che stentai su le prime a ravvisarlo; figuratevi, era senza cappello, aveva le vesti lacerate, ansava come un mantice, e da più parti grondava sangue:
— Salvatemi! supplicava, se non volete che questi scellerati tedeschi trovino in via di grazia[8] ad avermi a fucilare, o almanco mandarmi allo Spilbergo nel carcere duro a vita.
— Come volete che vi aiuti io? Fra un nodo di tosse ed un altro singhiozzava lo infermo: — nelle prosperità non vi siamo passati pel capo nè manco per ombra... adesso nel pericolo, salvatemi! salvatemi! — Io non vo' impicci, io — L'Arciduca ha promesso allogarmi un quadro storico e non vorrei che per cagione vostra mi venisse a mancare... l'Arciduca...
La signora Isabella si approfittò del crescente singulto dello infermo per porgergli da bere, e troncare il corso delle sconce parole; poi tratto il giovane in cucina, gli disse:
— O come è andata? Che ti successe?
— Isabella, tu sai quanto ami la Patria; se questa avesse quella tua lingua affilata, forse mi direbbe che io l'amo da geometra, da architetto, da direttore di bigattiere, da educatore di bestie e di figliuoli... va bene così? Ma la Patria non ha lingua, e avendola io confido ch'ella si contenterebbe, che l'amassi come so e come posso senza tante storie. Fatto sta che stasera io assieme a parecchi giovani eravamo convenuti qui oltre in una casa per disegnare tra noi circa ai partiti più opportuni per liberarci da questi cani di tedeschi, quando o perchè ci sia stato il Giuda di mezzo, o per proprio sospetto, i poliziotti l'hanno circondata in guisa da torre ogni speranza di uscita. Vista ogni resistenza inutile, ci siamo lasciati pigliare, ma tratti per via, io a poco a poco ho rallentato il passo, e trovatomi solo con due poliziotti al fianco mi sono abbaruffato con loro, ne ho date e ne ho ricevute ma, come vedi, eccetto qualche ammaccatura, mi è riuscito svignarmela; ora sentendomi la canetteria dei poliziotti dietro, che urlava: agguanta! agguanta! ho temuto svoltando il canto, di trovarmi preso come dentro una morsa, caso mai mi fossi imbattuto in qualche altra pattuglia; fermatomi a riprendere fiato, mi sono visto dinanzi alla tua casa; guardando dentro il portone ho mirato il casotto vuoto della portinaia, onde mi sono infilato su per le scale, ed eccomi qui da te. Quel cosaccio di Roberto mi ha fatto quasi pentire di essermi appigliato a questo spediente, ma tu, cugina, non mi respingerai!