— In questo caso gliela farò io; e versata acqua nel bacile, ci sbattei il sapone e a lui sbigottito e repugnante invano insaponai la barba. Mentre dava la striscia al rasoio, io diceva:

— Possibile, signor Felice, che un giovanotto elegante, quale ella dimostra essere, possibile, io dico, che abbia la testa così dura? Potrebbe darsi che la polizia nel dubbio di avere sbagliato uscio venga a rovistare anco qui, e allora importa moltissimo per lei, ed un poco anche per me che la signoria vostra non sia riconosciuta.

Allora si lasciò fare, ed io gli buttai giù baffi e capelli conciandolo che Dio ve lo dica per me. Io giuro tutte le antiche divinità, compreso il Dio Ridicolo[9], che in ciò non misi una malizia al mondo, ma come lo aveva ridotto era impossibile vederlo e non ridergli in faccia; avrei pagato un Perù a metterlo davanti agli occhi della cugina Isabella in cotesto arnese; e bene mi riprometteva cavarmene la voglia il giorno appresso, ma egli non vi si lasciò prendere come udirete. Sbarbato e raspato, lo rimisi a letto; di poi presi i miei vestiti delle feste, gli sgualcii alquanto perchè paressero portati, e glieli posi sulla seggiola accanto al letto. Per buona sorte la polizia non venne, chè forse tutte queste cautele non sarebbero bastate; bensì per quanto fu lunga la notte noi la udimmo tafanare nel casamento allato, nella casa della signora Isabella e per la strada, ma sul far del giorno tutto tornò alla quiete ordinaria: allora la signora Isabella dato un picchietto nel muro rimosse il tegame dal buco e chiamò; ed io lì pronto di un salto a udirla, il cugino no, che dormiva peggio di un ghiro; colà ella mi fece sapere che le faccende erano procedute bene, non avendo la polizia preso sospetto di nulla, quantunque fosse ita a rovistare fin dentro al camino, e avesse aperto tutte le finestre per chiarirsi se alcuno poteva svignarsela da cotesta parte: raccomandarmi il cugino, e addio. Qui lo abborrito tegame mi rapiva la vista delle mie contentezze.

Destatosi il signor Felice, lo confortai a rimanersene a letto; sarei uscito io a pigliare lingua delle cose e a tastare il terreno; desse retta a me, non si movesse da giacere e soprattutto badasse vè!... non gli saltasse il ticchio di parlare alla cugina, chè i casigliani potrebbero pigliare sospetto dello insolito rumore, e contarne novelle, come si costuma tra i vicini, con molto pericolo mio, della signora Isabella e di lui; e misi in fondo lui per non parere, ma ci calcai su perchè capisse che il primo prossimo è sè stesso.

— Voi dite giustamente, ed io mi adatterò appuntino alle vostre prescrizioni, come fa lo infermo agli ordini del medico; solo vi prego di tornare con qualche cosa da mangiare, e tornare presto, perchè se mai avvisaste ricondurvi quassù a mani vuote, non ve la cavereste con una spalla di meno.

— Buona natura quella del signor Felice, eccellente natura lombarda, generosa, amorosa e sopratutto appetitosa. Non so quanto io restassi fuori di casa, ma quando tornai pieno le tasche e il petto di bene altro che di estri febei per sopperire ai bisogni del signor Felice, il signor Felice era sparito. Fui sul punto di svenirmi, ma molto opportunamente mi ricorse agli occhi un biglietto sopra la tavola: ci stesi la mano ratto, lo apersi e lessi:

«Amico carissimo. Due bisogni del pari potenti, comechè di natura diversa, mi sfrattano di casa sua; il primo tutto corporale, ed è la fame; vostra signoria tarda, ed io non mi vo' ridurre a fare davvero la fine del conte Ugolino; l'altro tutto spirituale, ed è la libertà. Chiuso qui dentro e solo, mi pare proprio di essere già in prigione; ho preso un libro, ma che vuol ella? In ogni T maiuscolo mi ci pare vedere una forca; i puntolini sull'i mi hanno sembianza di palle tedesche; lo Z mi mette i brividi addosso, che arieggia il giudice processante; che più? Il B, perfino l'onesto B con le due pance mi richiama alla mente qualche canonico confortatore, il quale mi dica senza ridere che tra la scala della forca e quella di Giacobbe non ci corre divario alcuno, perchè menano tutte e due in paradiso. Essendomi pertanto provato i suoi vestiti ho veduto che mi stavano a pennello, epperò mi decido a portarglieli via; punto e virgola: non vada però a immaginarmi un seguace della nequissima setta dei Comunisti, e per convincerla di un tratto sappia che io mi trovo venticinque mila lire ben contate di rendita, senza fare capitale su le sperabili eredità di uno zio e di un cugino; vero è bene che il cugino, noverando un anno meno di me, nutrisce sopra la mia eredità la medesima speranza che io ho sopra la sua. Gli è come un palio fra noi; staremo a vedere chi lo vincerà. La morte tiene in mano la scommessa. In sequela di quanto ho esposto qui sopra, ella troverà qui dentro tanti biglietti per lire cinquecento, che mi paiono bastevoli per ricomperarsi altri panni, e se non arrivano, se la pigli in pace fino a quando ci rivedremo. Dovrei anche ricompensarla dei servizi di barbiere ch'ella mi ha prestato, ma essendomi mirato allo specchio....

Devo avvertire che dopo l'avventura del catino io mi ero provvisto di specchio...

»essendomi mirato nello specchio ho dovuto persuadermi che questi non si possono pagare eccetto che in due modi; il primo dei quali consisterebbe nello accomodarla per tosatore in capite con qualche proprietario di pecore; il secondo non glielo voglio dire; quando ci rivedremo potrebbe darsi che glielo facessi provare. In grazia sua mi toccherà a stare sei mesi in casa, come si narra costumasse Demostene, ovvero adattarmi a venticinque anni a mettere su parrucca. Siccome io penso svignarmela in Piemonte, così a cominciare da domani vada alla posta, e chieda lettere per Prospero Castoldi, che io le scriverò sotto questo nome. A Isabella che dirò? Dirò quello che vostra signoria giudicherà ch'ella sappia, conciossiacosachè, come diceva padre e maestro Volpacchiotti della compagnia di Gesù, che m'insegnò la rettorica, io non sia di testa così dura secondo che parve avere la degnazione di credere vostra signoria, da non conoscere che l'ago calamitato del cuore della mia cugina passo passo si vada accostando al suo polo magnetico. Pazienza. Quand on n'est pas content il faut être philosophe; ed io sarò contento di saperla in buone mani. Quantunque non ci sia mestieri, io le raccomando questa cara, degna e buona creatura; creda che la è una coppa di oro, ed è più savia che ella stessa per avventura non s'immagina. Certo, quel matrimonio con cotesto orso di pittore guasta un po' la perfezione del quadro, ma poichè io le cedo ogni mia ragione sopra la cugina, intendo d'insegnarle un mio segreto, col quale io mi consolava tutte le volte che mi angustiava quel pensiero molesto, il quale di per sè è semplicissimo. Ricorra al lunario. Sì, signore, al lunario, e quivi consideri come i luminari del cielo, donde noi ricaviamo calore e luce, in capo all'anno due o tre volte almanco si ecclissano. Il matrimonio dunque della cugina Isabella col pittore Roberto su in cielo si chiamerebbe ecclissi del sole o della luna; in terra ella lo dica una frittata di donna innamorata, e si consoli. Spero in Dio che ci rivedremo nella patria liberata dallo abborrito tedesco; ad ogni modo in qualunque luogo, in qualunque tempo amico per la vita. — Felice. — »

Senza stare a inquisire sottilmente se avessi o non guadagnato nella partenza del signor Felice, e così all'ingrosso ammonito che il vantaggio superava lo scapito, io mi appressai al buco per darne avviso alla signora Isabella, che pronta alla chiamata, rimosso il tegame, ansiosamente domandò: