O sia che tu ti parta, o che ritorni,
Sempre ti provo avverso al sericano
Dei cor letizia tè.
— Per attendere alle tue fandonie ecco ch'è diventato diaccio, però, Betta, in cortesia vogli andare a scaldarlo da capo.
CAPITOLO SETTIMO Il quale a senso dello autore è bellissimo, e spera che lo giudicheranno tale tutti quelli che lo vorranno leggere.
Come lo scafo mosso su lo scalo per essere varato da argomento umano non potrebbe essere trattenuto nell'impeto precipitoso, così Marcello non attese il ritorno di Betta per continuare il racconto. Il novelliere in molte, in quasi tutte le cose, rassomiglia alla cicala; ad ambedue piacciono gli albori mattutini, le fresche rugiade, e il primo raggio dorato del sole; ad ambedue talentano le fronde degli alberi, il meriggio splendido, l'aere aperto e sereno; entrambi, quegli da mane a sera racconta, questa strilla; se il cielo si turba, l'uno e l'altra tacciono; se la cicala scoppia, e l'altro muore, almeno in Italia, all'ospedale, se pur non lo mandano professore di rettorica in Savoia o in Sardegna, che torna ad un circa lo stesso; in una cosa sola differiscono, ed è che la cicala annoia sempre, e il novelliere qualche volta no. Marcello veramente non era narratore di professione, ma tocca appena con le labbra la coppa incantata, aveva sentito l'ebbrezza brulicargli per le vene, ond'ei continuava e diceva:
— Siamo ad un'altra soprabbellissima veduta... attenti.... attenti... signori... domando scusa, dopo la partenza di Betta non posso più adoperare il numero plurale.... attento dunque, signor zio... e ora che storie sono elleno quelle di aggrinzare il naso? Non crede ch'io sia per presentarle una soprabbellissima veduta? Sì... ci crede? O dunque che mai le arreca fastidio? Per avventura la parola soprabbellissima? Ma o non ha letto il vocabolario di parole e modi errati dei signor Filippo Ugolini, il quale ha la carità d'insegnarci che ai grandi ingegni non disdice di due parole formarne una, e non le paia piccolo privilegio; per la quale cosa io, nella fiducia di trovarmi un dì battezzato per ingegno grande, mi approfitto intanto della patente, e poi considero che a questi lumi di luna per significare una cosa un po' mezzana un povero diavolo si trova tirato pei capelli a inventare vocaboli nuovi; tanto logoro hanno fatto gli uomini piccini dei superlativi per onorarsi fra loro. Invero taluno di loro esce fuori di casa salito su i trampoli, e i compari levano le mani al cielo sclamando: ecco il gigante! — O ti additano a sera un'ombra lunga, lunga, che copre una piazza, e dicono: vedi vè, che razza di omaccioni nascono nei nostri paesi! — Malcreati! Appaltoni! Su i trampoli montano i giullari per tenere allegre le brigate, non già per maravigliarle; le ombre dei pigmei diventano ciclopiche quando la luce tramonta. Ma tanto è, la gaglioffaggine ha messo su compagnia di mutua ammirazione, ed ha speranza che il carnevale continui per omnia sæcula sæculorum: amen.
Dunque siamo ad un'altra soprabbellissima veduta. Io dormiva....
— Cosa che stava per accadere a me — se continuavi con quel suono.
— Io dormiva e sognavo un angiolo....