— Oe, quel giovane, almeno rammentatevi di Perpetua...

Devo confessare per la verità che il funerale e l'associazione furono piuttosto pomposi che decenti, e che con sommo mio stupore il curato levava a cielo la mia carità, e non so nemmeno io quante altre virtù cardinali e teologali, le quali, con somma mia maraviglia e quasi spavento, mi erano entrate in corpo senza che io me ne accorgessi. Tutto questo s'intende, arti vecchie per mantenersi la bottega avviata: imperciocchè allegando esempi e lodando la pietà altrui, il prete s'industria conservare tepida, almeno per una generazione, la cenere; tocca al prete che verrà dopo a pensare se la si raffredda.

Per tutto quel dì stetti in casa la signora Isabella, e del giorno appresso ci passai gran parte, consolandola con quelle parole più convenienti che seppi; affinchè ella delle spese da me fatte non s'inalberasse, le dissi, ed era vero, che aveva preso le cento lire dalle cinquecento del signor Felice, e le proffersi di conservare le rimanenti, ma ella ci si ricusò.

La lasciai pertanto rassegnata, e poichè di leggeri noi altri crediamo quello che piace, così nelle calde parole, nello acconsentire degli occhi, nella stretta delle mani io pensai vedere e sentire un sentimento un zinzino più tenero che non è la gratitudine; per la quale cosa ogni sequela d'idee su questo proposito io conchiudeva colla esclamazione:

— Noi tapperemo il buco!...

E tanto mi dominava questo pensiero, che prima di salire a casa comprai due libbre di gesso da presa per murarlo. Salito in casa rovesciai parte del gesso sur una tavola, in mezzo al quale dopo averlo ammonticchiato feci un vuoto per versarvi dentro l'acqua; in seguito ammannii una maniera di mestola per istemperarlo prima di servirmene; così apparecchiato mi accostava al buco, e non senza commozione gli volgeva queste parole:

— O buco, conforto della mia vita e largitore delle gioie più pure che io abbia provato nel mondo; tu mi hai tolto dall'anima quanto la dissipazione ci aveva deposto di vile; tu mi hai insegnato come l'amore preceda sempre i passi dell'uomo, pari alla stella di oriente scorta dei regi in cerca del Redentore; per te ho appreso che dopo la madre un altra donna più cara, sì ma non però più amata, abbia sortito dal cielo potenza di condurre i nostri passi alla perfezione cui fu concesso arrivare al seme di Adamo; tua mercè io sono più che io; meglio di qualunque predicatore, vogli missionario, vogli domenicano, vogli carmelitano scalzo, tu mi hai fatto stimare i miei fratelli, me stesso, la vita, le opere e la giocondità della virtù. Io vorrei avere ricevuto in dono la facondia di Demostene o la fantasia di Pindaro per celebrarti degnamente in prosa e in versi. Io ti vorrei rendere più illustre assai del buco di santo Alò, dov'egli ficcava il suo chiodo ogni qual volta gli occorreva di ficcare il chiodo per non affiggere con troppi fori la parete; onde venne il proverbio di fare come santo Alò, che ficcava il chiodo sempre nel medesimo buco. Se adesso io ti muro, non mi muove ingratitudine; al contrario affetto pari a quello del buon padrone che riposa l'ottimo servo dalle lunghe fatiche: nè per chiuso che tu rimanga io diverrò mai immemore di te, tutto ha fine nel molto: separiamoci dunque a modo di benefattore e di beneficato, perchè tu capisci che potendo sedermi da ora in poi a canto alla signora Isabella e favellarle dappresso, sarebbe strano, per non dire peggio, continuare a parlarle traverso un buco...

— Oh! siete voi? — Di un tratto mi parlò la voce soave della donna amata; appunto io voleva dirvi cosa che non so perchè non mi attentai favellarvi qui in casa, ed ora traverso la parete spero mi basterà l'animo di farlo. Signor Marcello, quando si ringrazia, sì presume pagare in parte il debito: ora io non voglio ringraziarvi, perchè amo serbare intero l'obbligo mio verso di voi; io ho provato che in me può venire meno l'amore, la gratitudine non mai, tanto vi basti...

— Anzi è troppo, mia riverita signora, e avrò mercede di gran lunga superiore al merito, se mi concederà che io le rinnovi quotidianamente la espressione della mia profonda stima... in casa sua.

— Giusto sopra di ciò voleva trattenervi, signor Marcello. La donna povera deve avere cura, non dirò superiore a quella della ricca per la sua onestà, bensì delle apparenze della onestà; in vero non basta alla donna essere, ma deve eziandio parere onesta. Argomentate da ciò a che mi esporrei io, se vedova, povera e sola, accogliessi in casa mia un giovane elegante come voi? Voi siete troppo generoso, signor Marcello, per mettere a duro partito la mia reputazione... io devo credere... io credo che la mia fama ha da essere cara a voi quanto a me, non è egli vero, Marcello?