— Eh!... non dico... ma se non isbaglio, mi pare che queste parole significhino, ch'ella non mi vuole più d'intorno?
— Oh! no; io voglio vedervi e parlarvi tutti i giorni anzi più volte al giorno, continuiamo a farlo come prima traverso questo buco...
— O nato sotto stelle maligne! esclamai dandomi un picchio su la fronte. E il gesso da presa e la mestola ammanniti a che serviranno eglino?
E siccome la signora, che cosa ci avessero a fare il gesso e la mestola non capiva, io l'avvertii di quello che stava per condurre a termine, quando sul più bello rimasi interrotto da lei; ond'ella tanto non si potè tenere, che non ridesse, ma io nell'amarezza dell'anima e con riso compunto ripresi:
— Poichè questo calice non può rimoversi dalle mie labbra, si faccia la sua volontà, signora Isabella...
— Ma guardiamo un po' se la cosa comporti temperamenti tali da renderla tollerabile; in prima io direi di allargare il buco a dimensioni tali che di buco diventasse vera e propria finestra.
Oh! sì... larga finestra... grande quanto tutta la parete.
— Questo si nega; larga tre quarti di braccio, ed alta cinque soldi.
— Talchè se io non divento un gatto non ci potrò passare.
— Talchè se voi non diventale un gatto non ci potrete passare.