— Sì, signora, a Marco Tullio Cicerone; ella saprà, e se non lo sa glielo dirò io, come questo padre della romana eloquenza immaginasse varie maniere di cominciare le sue orazioni; che talora egli esordiva esitando, come se si peritasse a dire, e tale altra alla brava dichiarando che avrebbe esposto questa cosa o quell'altra, epperò gli prestassero udienza che ei la sapeva lunga e la sapeva ben contare; sovente si raggirava per copioso sermone, e spesso eziandio veniva a mezza spada soltanto a piè pari dentro la materia. Ora tocca anco a me recitare un'arringa, un'arringa, ahimè! pur troppo importante, dacchè se mi riesce persuadere e commovere, io salverò un infelice da certissima morte; se all'opposto faccio fiasco, il poverino è ito. In tanta angustia non so nemmeno io che pesci pigliare. Signora Isabella, ha mai studiato la rettorica?
— Io? perchè farmene?
— È vero, le signore non hanno mestieri d'imparare rettorica, esse nascono tutte col Decolonia in corpo, talune ci hanno anco il Blair: dunque senta, signora Isabella, mi consigli per carità. Dovrei essere lungo o corto, girare di largo ai cantoni, ovvero dire breve e schietto?
— A me sembra, che senza tanti andirivieni, il meglio stia nel partito ultimo, che dite: il semplice è sempre bello, e nel bello ordinariamente alberga il buono....
— Dio la benedica, signora Isabella: ebbene, signora Isabella, io l'amo.... — e chiusi gli occhi, apersi le braccia come chi aspetta il colpo di grazia. La risposta stette qualche po' di tempo a venire, pur venne con voce tremola e però tanto più soave; velata sì, ma dal velo che adombrò Venere celeste quando prima apparve ad Adone, ad Anchise, eccetera.... in somma un'aura di maggio, che passa su le rose sbocciate, un buffo di armonia delle sfere udito solo da Pitagora e da me, sospinto forse verso la terra dal ventilare dell'ala bianca di un angiolo....
— E dalli con questi angioli....
— Le domando perdono, signore zio, ma creda in verità, che parlare della signora Isabella e non cascare negli angioli gli è come discorrere di pane e non rammentare la farina; pertanto ella mi disse: Marcello, ancora io vi amo; siete un cervello balzano, ma cuore amoroso, e lo starmi sola m'incresce; nè giovane povera, e per avventura non ingrata di forme, potrei frequentare le compagnie senza scapito della mia fama: questo è certo, che non potendo la donna fornire sola il pelligrinaggio della vita io non vorrei scorta diversa dalla vostra; e se la prima volta la sbagliai pur troppo, mi affido che la seconda l'avrei indovinata, non per merito mio, ma per grazia del Cielo. Però due cose, se non si oppongono ricisamente, impediscono almeno che questo desiderio adesso si compia, e sono il consenso del vostro zio e di mio padre. Chi si conduce a questo atto solenne della vita in onta de' suoi maggiori semina di spine il sentiero sul quale ha da camminare, ed io ne ho fatta a mie spese amarissima esperienza.
Ratteneva l'alito per paura che meno chiaro mi venisse il suono di quei santi detti, e cessato ch'ella ebbe, non potendo favellare io, la mirava; ella mi diè coraggio, ella ravvivò la mia speranza, ella mi spinse nelle sue braccia, mio padre... mio zio, ed io mi ci abbandono mettendo in sua balìa la mia morte e la mia vita. Ho detto.
— E non posso rispondere male, come quel bizzarro al predicatore, che fece il panegirico di san Giuseppe per dieci lire... no, in verità non lo posso rispondere. Hai un zigaro?
— No.