Gli amici dell'ordine presente di cose gridano: bisogna provvedere, ed hanno ragione; mandino in esilio la memoria di Custozza e di Lissa: in prigione il fallimento: alle gemonie la miseria pubblica: mettano in Campidoglio la monarchia: compiano la unità italiana: procaccino che cessi la dominazione dei Francesi come cessò quella degli Austriaci[6]. La rivoluzione non è un demone, bensì una necessità. Se fosse un demone, i fautori interessati del Governo lo avrebbero evocato troppo più che i suoi avversari; e se fosse comparso vi avrebbe detto come l'ombra di Samuele a Saulle: «Domani sarete tutti morti.»
E noi? Con voi forse, e certo dopo di voi. Di qual morte? Il fato degli uomini sta chiuso nel pugno di Dio.
Quanto all'atto, alla forza, o al moto materiale non si comprende come altri lo rinneghi, imperciocchè la forza compaia necessaria onde il pensiero si traduca in azione. Carica quanto sai un orologio, se tu non dai impulso al pendolo questo rimarrà fermo in eterno; fa' pure maturare quanto vuoi il frutto, e' ti sarà mestiere un dì stendere il braccio per istaccarlo, che se casca da sè lo raccorrai fradicio, se rimanga su l'albero indozzerà. Certo, chi suona la campana prima che sia venuta l'ora riceve il battaglio sopra la testa, e tuttavia se non fossero questi avventurosi saggiatori, chi avvertirebbe i dormenti che l'alba è nata? Se voleste o poteste dare sicurtà alle monarchie che il popolo non fosse per menare mai le mani, esse si leverebbero d'attorno i soldati come il chirurgo ripone la lancétta, quando ha cavato sangue.
Gli Stati si difendono con la milizia così all'esterno come all'interno, e per la stagione che corre più per di dentro che per di fuori; però leggendo le storie l'uomo rimane percosso dalla inanità delle difese, non meno che dalle molteplici ed inopinate vie dalle quali la rivoluzione prorompe: a modo dei fiumi ella strappa dove te lo aspetti meno. Ora è un volo dal balcone, come Jezabele; ora un sasso nel capo, come a papa Lucio; ora un piumaccio sopra la bocca, come a Federico II; ora un ferro rovente introdotto negl'intestini mercè un corno bucato, come Eduardo II; ora una mina incendiaria come a Dudleio di Scozia; ora veleno, come a Leopoldo II di Austria; ora strozzamento, come a Pietro II di Russia; ora soffocazione a mezza vita, come a Paolo I di Russia; ora pugnale, come Enrico III ed Enrico IV; ora mannaia, come Carlo I e Luigi XVI; ora piombo, come a Massimiliano I; ora un colpo di baionetta nel femore come a Ferdinando di Napoli; ora battaglia cittadina, come a Carlo X e Luigi Filippo di Francia; e via, e via. Le occasioni infinite; le più frequenti, le gravose imposte.
E se vuoi andare chiarito come le monarchie non imparino mai nulla, mira in qual modo in tutta Europa, se togli la Svizzera, si stringano i popoli nello strettoio, senza pensare al poi: anzi uno, che fu ministro, e aspira a ridivenirlo, dichiara essere arte di governo mettere su le spalle al popolo una tassa, subito dopo una seconda, quindi la terza, e la quarta, imperciocchè non costumando così come ci sarebbe dato conoscere quanta sia la potenza del portare, che il popolo possiede comune coll'asino? E dice santamente.
Adesso parrebbe che la rivoluzione si fosse messa per una via senza dubbio strana, intendo accennare agli scioperi; dove questi si allargassero tanto da percotere l'odierno ordinamento di cose come rimediarci? Che pesci pigliare con proletari, i quali dicessero al capitale: «Noi moriremo di fame, ma tu con noi; cucinati il tuo danaro?» E' la sarebbe la rivoluzione presagita a Filippo II dal suo giullare di Corte: «Se tutti quelli, egli diceva, che oggi accennano di sì di un tratto si mettessero al no, chi sarebbe il più buffone di noi?»
E dopo la distruzione, che mai verrà? Io già l'ho detto, questa è scienza di auguri: peggio di così non parrebbe, e la cessazione del presente ci sembra massima parte di bene. Taluni filosofi non hanno perfino insegnato, che il piacere in questo solo consista, nella cessazione del dolore? Il genio dei tempi porta la distruzione delle monarchie, costituzionali o no; anzi le prime più aborrite, come quelle le quali o per necessità d'instituto, o per voglia di persone hanno introdotto nello umano consorzio maggior copia di corruttela. Difatti, vanno ripetendo gli agitatori, le monarchie in generale non contengono più causa di vivere: le più innocenti e sincere sorsero un dì dal bisogno di raccogliere le forze della tribù sotto la guida di un guerriero per la difesa degli assalti altrui, ovvero per assaltare: adesso questo fine ha da smettere, però che i popoli, fatti bene i conti, conoscono a prova come nelle guerre, se i vinti rimangono col capo rotto, anco i vincitori lo riportino incrinato, e lo scambio pacifico dei prodotti di una terra con quelli di un'altra ti reca a casa i beni che i popoli desiderano di godere.
La Prussia se ne accorgerà; la monarchia costà si tramuta in impero; potrebbe darsi che di crisalide diventata farfalla, non si trovasse costretta a battere le ale da Berlino.
E quantunque i principi, non esclusi i più mansueti, usino assisa soldatesca (forse per bene imprimerci nella mente che il diritto sta nella forza), ciò non significa già che tutti sappiano di guerra, e veramente se cingere spada importasse virtù militare, i Cesari e gli Scipioni si comprerebbero in mercato mezza lira la serqua. Se consideri i modi di governare delle monarchie, vedrai come le assolute quasi sempre, e le costituzionali sempre tracollassero le fortune dei popoli. Quando nella monarchia assoluta volere e fare scoppiano come due faville dal medesimo tizzo acceso, ella benefica le genti con la piacevolezza del fulmine; quando nella costituzionale è costretta ad accompagnare con la sua la volontà degli altri, ella risucchia ed addormenta come il vampiro del Ceylan. Fiera necessità quella di guastare e lasciarsi guastare per vivere: stendere la manca alla elemosina per atteggiare la destra al comando. Allorchè venne meno la forza, il principe è costretto ad usare la blandizie; di adulato farsi adulatore: e se Giove un dì si mostrava pei doni propizio, oggi a sua posta Giove ha da tenersi co' doni bene edificati gli Dei minori. Si maravigliano dell'armonia nella quale si accordano Governo costituzionale e Banche di credito, e sembra strano, imperciocchè arieggino fra loro come fratello e sorelle. Di qua, di là si traffica, si cambia e si merca, si sciolgono e stringono affari, si fa faccende, distinte è vero, ma senza nè anco volerlo, talvolta si avviticchiano alle gambe della gente dabbene, sicchè dalla Banca sdrucciolano nel Parlamento e dal Parlamento nella Banca. Presidio dei Governi le Banche, e poichè le Banche si compongono co' sussidi dei privati, sembra ufficio di ottimo cittadino sovvenirle, onde sovvengano; nè sa vedersi la ragione per cui abbia a gridarsi la croce addosso al legislatore, che vi piglia parte. O che la Banca forse è una di quelle case, donde Pompeo uscendo di soppiatto sentì dirsi da Catone: «Tu dovevi vergognarti quando ci entrasti, non ora che n'esci»? Nemici dei legislatori banchieri tutti coloro cui mancò il potere, o l'arte per essere accolti nel concilio di cotesti semidei.
Chè se alle monarchie vennero meno le cause di vita, ogni dì crescono le cause di morte: precipua fra le altre gli eserciti stanziali da loro meritamente considerati àncora estrema di salvazione; e di quante miserie essi sieno origine non importa ripetere, chè la è materia trita. Le bocche non si stancano da predicarla, ma ci hanno orecchie a cui la voce non basta; per isturarle ci vuole il trapano.[7]