Pure chi considera pacato non può dare torto alle monarchie, comecchè temperato: se la volontà degli eletti, ch'esse procurano guadagnare, e che guadagnano, procacciasse altresì le volontà degli elettori, allora potrebbero licenziare lo esercito: ma i denti che leva alla democrazia non può adattare alle sue mascelle; trapiantati non barbicano; ed a cotesta benedetta democrazia i denti rinascono tanto presto! Dunque rimane abbondantemente dimostrato come alle monarchie faccia mestieri tenersi in serbo apostoli di bronzo e confessori di piombo per ricondurre il gregge (dove mai traviasse) sopra il diritto sentiero.
Le monarchie divorano troppo: sembra che la infermità alla quale vanno più che alle altre soggette sia la bulima: ora mentre da tempi rimotissimi eroi e semidei si perigliarono tanto laudabilmente a purgare la terra dai Lestrigoni e dai Ciclopi, come il secolo nostro sopporterà un uomo che consuma la sostanza di diecimila? Gli antichi predicarono e il Gioberti confermò essere i re animali carnivori.
Occorrono nel mondo instituzioni affatto pari agli archi fabbricati co' mattoni senza calcina, donde levando un mattone tutto l'arco si scompagina per tracollare; le monarchie fra queste; finchè si credeva emanassero da Dio, non ci era da ripetere: correva l'obbligo di venerarle in tutto e per tutto come articoli di fede; e la fede è la ragione (lo ha detto il papa anche ieri); ma ai dì nostri, che i cervelli ricusando ogni imbeccata pretendono ragionare a modo loro, sembra presunzione, anzi insolenza, che liberi cuori ed intelletti arguti ti si sottomettano, non perchè tu prevalga per magnanimi sensi, o per sapere, bensì perchè il caso ti fece nascere da una madre piuttostochè da un'altra (non ho accennato a padre, per attenermi al certo). Un giorno sostennero necessaria la eredità del trono per fuggire le contese sanguinose fra i concorrenti al principato, e fu vero; ma ai tempi nostri non abbiamo veduto che nei governi popolari la elezione del magistrato supremo dia luogo a guerre civili.
Oggimai la stemperatezza del vivere si confessa ulcera delle nostre generazioni: il lusso è il campo dove semina la corruzione e la servilità raccoglie; un dì bastava all'universale soddisfare ai primi bisogni della vita e poi alle oneste comodità, le quali e piacciono e giovano: oggi gli è appunto questo a cui meno si bada, anzi questo si sagrifica alle apparenze della vanità. Invade le menti dei cittadini il furore di rovinarsi, come una volta le Baccanti il furore di ubriacarsi; dal colpevole scialacquio nascono a frotte le fraudi, le morti, i falsi, le prevaricazioni, i furti, il pudore venduto, le anime a nolo: insomma la tetra miliare che infradicia il corpo sociale. — Di tanto male non è ignota la origine; all'opposto palese, e non dissimulata, imperocchè gli eccitamenti e lo esempio alle sontuosità lo dieno le monarchie alle quali par debito lo scialacquio per corrispondere alle profusioni insensate di che gli adulatori le dotarono a danno dei popoli: e queste, giudicano, prova solenne del vizio della istituzione tornando a detrimento comune fino quella parte di lei che si presenta sotto forma di bene. Le monarchie, alla rovescia dei fari, i quali si pongono nei luoghi eminenti a fine di avvertire i naviganti perchè se ne discostino, tirano i cittadini a naufragare nello sperpero.
Ma ond'è che le monarchie caddero tanto nello abbominio delle genti? Le religioni tutte poggiano sopra la fede di un Dio, il quale fu creduto somministrasse la prima radice alle monarchie, sicchè correva universale il dettato: un solo Dio, un solo Papa e un solo Imperatore; la Divinità poi dura eterna, mentre l'eredità ha termine; che cosa la Divinità sia ignoriamo; definirla è follia, temerarietà questa da lasciarsi ai sacerdoti; tuttavolta Iddio deve essere meno una volontà che una legge; che se un momento fu volontà, di subito si convertì in legge, nè più ora può alterarsi o disfarsi vigilando al suo adempimento la necessità; e questo forse volle significare la sapienza antica quando nell'Olimpo pose a piè del trono di Giove il Destino, dalla cintola in giù nascosto dentro le nuvole, con le mani intrecciate sopra l'urna dei fati e gli occhi volti in su, quasi per ammonire il Saturnio di stare a segno. E su questo meditando ogni uomo che abbia discorso, si condurrà agevolmente a conoscere quanta sterminata diversità interceda fra la nozione di Dio e la idea del monarca.
La distruzione si proverà di mettere le mani addosso alla religione, tuttavia s'ella mai arriverà a sceverarne il guasto e il vano, non la schianterà, però che eterno affatichi i petti mortali il bisogno di credere; quei dessi, i quali non si rendono capaci del come lo spirito possa sopravvivere alla materia, si spaventano morire interi, e per la nostra intelligenza riesca meno arduo alla vista di una fattura supporre un fattore che immaginare la fattura venuta su a caso e senza legge. Noi parliamo della religione cattolica, una delle più ree di quante abbiano contristato la stirpe umana, sebbene tutte le religioni in mano di tutti i sacerdoti sieno state farina per farne pane ad uso di casa loro; ma sollevando il piviale del nostro papa e vedendo che roba ci sta sotto, l'uomo trasecola come lo sopportino popoli civili. Se non era lo imperatore dei Francesi a quest'ora il Papato era da gran tempo sospeso al palco di qualche spezieria come un coccodrillo impagliato.
E come i Francesi ci nocquero col volere conservato troppo, così ci nocquero quando vollero abbattere troppo. Nel secolo passato per distruggere il prete si rifecero a demolire Cristo. Ora Cristo non si rovescia, imperciocchè la sua dottrina si allarghi così da potere abbracciare ampissimo tratto del perfezionamento umano. Allora i preti, a modo del diavolo, il quale, com'essi ci diedero ad intendere, si schermisce dagli schizzi dell'acqua benedetta dietro la Croce, procurarono salvarsi dietro Cristo dalle aspersioni della filosofia. Intanto non si dimentichi mai che i Francesi, o trascorrendo troppo, o troppo stornando, fin qui guastarono i fatti nostri ed i loro più che non giovassero: grande è il debito loro verso la umanità, ma lo salderanno; così giova sperare, e rammentiamoci eziandio che il prete romano ha cavato i chiodi dal corpo di Cristo per conficcarli in quello dell'umanità. Bisogna calare giù dalla croce questa desolata, e porla in grado di citare il prete di Roma davanti Dio, perchè le renda il suo Cristo, ch'egli ritiene come una cosa furtiva.
Allora con Cristo il papa renderà durevolmente Roma, dacchè il prete verun'altra ragione accampa della rapina, eccetto il tempo lungo; ma il tempo prescrive la pena, non già assolve dalla restituzione. Giova ripeterlo: come acquistò egli? Per donazione del popolo? Questo non è, e fosse i padri mancarono di potere per alienare la libertà dei figli. O forse per mancia dello aiuto prestato al Conquistatore? Violenza non partorisce diritto, e la facoltà del riscatto dura eterna. Origine perenne del diritto la volontà del popolo esercitata dentro i suoi confini naturali; chè se alla volontà si aggiunge la necessità, qual riparo ci metteranno le parole? È legge di natura che i gravi tendano al centro; ora quella che spinge gl'Italiani a Roma vuolsi giudicare della medesima qualità.
Spazzate via le ciurmerie romane, le quali da tanto secolo usurpano il nome della religione, la dottrina di Cristo consolerà col puro suo raggio molta parte del genere umano.
Eppure Roma avrebbe potuto la terza volta dominare il mondo. Quando Attila incedeva alla distruzione di lei, le immagini dei santi Pietro e Paolo, agitando spade di fiamma, lo respinsero indietro: questa fu favola, comecchè Raffaello l'abbia immortalata co' suoi dipinti divini, ma sarebbe stata verità la terza dominazione di Roma sul mondo, se il Sommo Sacerdote avesse bandito ai popoli: «Le antiche dominazioni nacquero tutte dalla violenza o dalla frode: egli è mestieri che cessino tutte. La gente che mi fu tanto lungo tempo soggetta torni in libertà e si governi a suo arbitrio: riabbia i suoi consoli, e se le talenta restituisca il suo Senato ed i suoi tribuni: io qui starò norma di giustizia; dispensatore di lode o di biasimo ai meritevoli, che si convertiranno in premio, ovvero in pena in questo mondo ed in quell'altro.»