Simili parole non solo gli avrieno difeso la porta Pia meglio dei suoi zuavi, ma ei le avrebbe agevolmente potute convertire in leva da sovvertire qualunque trono fondato sopra la iniquità, per quanto apparisse potente.
Senonchè Roma tirata in giuso dalle cupidità della terra non ebbe virtù di volgere gli occhi al cielo ed ispirarsi dall'alto: adhesit pavimento anima mea; l'anima di lei sta attaccata alla melma. Troppo ella trascorse nella via della perdizione per poter tornare in dietro. Roma diventò troppo terra, e come terra bisogna che si disfaccia; il suo divorzio da Cristo è irrevocabile: finchè può, duri come si trova; ogni moto ne affretterà la fine, fosse pur quello di accostarsi un sorso di acqua alla bocca riarsa dall'agonia: ove si volga in fuga, ad ogni passo le cascherà un brandello. Strana coincidenza: Roma imperiale finì con Augustolo, Roma sacerdotale doveva cessare con Pio IX: però spettava al sacerdote comportarsi in modo da privare la vecchiezza del conforto, che non le negano i cuori più duri, la compassione.
L'uragano minacciava le istituzioni, che si vantano e si appellano giustizia: le leggi, cresciute peggio della gramigna, male concepite, pessimamente significate, ti presentano un laberinto, dove la ragione si smarrisce, e in mezzo a quello il giudice l'aspetta per divorarla: ho detto giudice non minotauro, perchè questo almeno, ci contano, fosse mezzo uomo e mezzo belva; mentre nel giudice talora tu cercheresti inutilmente l'uomo anco con la lanterna di Diogene. Troppo spesso vediamo il retto senso in mano al giudice prevaricatore e all'avvocato preso a nolo come la gallina fra i denti della volpe: dei curiali tenuti per eccellenti coloro che meglio riescono a convertire la ragione in torto e viceversa: fra tanta stortura di giudizio, fra così immane depravazione d'intelletto, la corruzione piglia nel garbuglio domicilio come in casa propria. Il giudice prevaricatore non teme più la scotennatura, a cui un giorno lo dannò Cambrise, imperciocchè a quale stravizio d'iniquità non può egli apporre la maschera della buona coscienza e della dignitosa rettitudine? Le leggi adesso, come gli stivali di Teramene, si adattano a tutti i piedi.[8]
Pare dono, ed è giogo, il codice posto in mezzo alla via per ritardare il cammino della umanità; tutti i termini, se forti, impediscono e si odiano: se deboli si scavalcano e si disprezzano. Massime poi se come i nostri non si accordino fra loro nel concetto, e meno ancora nel significato delle parole che adoperano; quello di procedura poi un museo di tagliole. E' si sbracciano ad emendarli; il meglio sarebbe metterli in un bucato d'inchiostro; o darli a rivedere a Vulcano.
Orribile a dirsi! Magistrati preposti alla tutela pubblica seminano i delitti, li coltivano, e poi ne cavano vantaggio di privato interesse: il Governo da prima finge ignorare, informato nega; quando non può più negare attenua, o scusa: il paese, che dovrebbe rimescolarsi, ode, stira le braccia e sbadiglia; la notizia di coteste infamie è cascata nel paese come un sasso dentro la mota; ha levato qualche sprazzo, poi silenzio; ovvero segno unico di vita il consueto gracidare dei ranocchi.
Al magistrato, che piglia nome di difensore della legge, se mai avvenga che la coscienza dei giudici giurati salvi il collo del prevenuto dalla corda, pare che tu abbia rubato l'orologio di tasca; mentre un'altra volta, dove ci trovi il suo conto o il superiore glielo comandi, ed anco non glielo comandi, ma egli presenta che gli fia accetto, sigillerà il sepolcro, e negherà e potrà negare che si scoperchi a raccontare il delitto! Anche ai magistrati preme la unità delle leggi, come agli uomini di Stato piace la unità politica, quindi si studiano estendere la corda alla universa Italia, e ciò perchè a questo modo costuma presso la gente egemonica, ed è assurdo pretendere che questa gente dabbene, ormai usata alla corda, allunghi il passo per mettersi in riga co' popoli più civili di lei, bensì questi devono dare indietro per aspettarla a srugginirsi: finchè ciò non avvenga, si feliciti l'Italia anco nella unità della corda.
La magistratura si loda non per quello ch'è, sibbene per quello che dovrebbe essere; se vi hanno giudici buoni (e ve ne hanno) non rileva, perchè travolti dai pessimi istituti. Dicono che le passioni umane rompono su la soglia del tribunale come onde in frangente; non è vero: i giudici ogni giorno mettono il capo alla finestra per ispecolare da che lato il vento spiri. Tutte le passioni entrano in tribunale per la porta maestra, e ci ha chi spalanca loro le due imposte a un tratto, nè può fare a meno, imperciocchè i giudici non formino collegio a parte come di sacerdoti, consacrati unicamente al culto della giustizia; all'opposto si mescolino nelle lotte della vita politica; parteggino alla scoperta; nei Parlamenti contendano; come gli altri, e più degli altri, smanino pel trionfo dei propri interessi. Ora male si pretende dall'uomo qualità più che umana: sia caldo e freddo ad un punto, appassionato e tranquillo, e possa da un punto all'altro spogliare un abito morale per vestirne uno diverso. Tutti sanno come fosse ordinato in Atene che gli Efori giudicassero al buio, e ciò dopochè Iperide, in dubbio di salvare Frine incolpata di empietà, ricorse, quale supremo argomento, per commuovere gli Efori, a stracciarle i panni di dosso, mostrando la meravigliosa bellezza delle sue forme; ma molti ignorano l'ufficio del Filacto, magistrato presso i Cumei, il quale consisteva di tener per mano il re nelle adunanze notturne, finchè i senatori non avessero sentenziato al buio se da lui bene o male fosse stata amministrata la giustizia.
La legge nel medesimo tempo permette e punisce il medesimo fatto secondo le qualità di cui l'opera e la gravità sua; se gravissimo concesso, e concesso altresì al Governo; nei privati, e se lieve, percosso. Il Governo, dopo aver tassato il sangue e la fame, impone il balzello anche alla disperazione: ei si compiace mostrare che dal gioco del lotto ricavi la entrata più grossa del suo bilancio, deplora il male e lo provoca, confessa la colpa e la rinnova; ogni altro gioco meno proditorio pel giocatore perseguita; e al magistrato sembra sul serio amministrare giustizia da un lato condannando la femmina che allotta galline, dall'altro lasciando in pace il Governo, il quale trova modo di risucchiare dalle vene del popolo ottanta e più milioni di lire.
Ma il Governo divora per essere divorato; Polifemo, che dopo avere mangiato ad uno ad uno i compagni di Ulisse, serve di pasto ai Ciclopi. Gli usurai nomadi hanno piantato i tabernacoli loro nelle viscere dello Stato; e quinci mandano le mandrie delle arpie a pascere dintorno: tuttavia tremano, e spaventati spaventano; al popolo parlano di disperazione, come se la disperazione del popolo non dovesse mettere in pensiero loro, piuttostochè questo; e percotono altresì le teste vuote dei legislatori, le quali ripetono come tamburi: «fallimento». Allora tutti quelli che stanno uniti al Governo col vincolo del debito si commovono fieramente per la salute della Patria, ch'essi hanno soccorso alla ragione del dodici per cento e più; maledicono come nemici della Patria chi non paga i balzelli vecchi, ovvero si oppone ai nuovi; non corre tempo di pace adesso; le forze tutte dello Stato importa convertire in uscieri per dichiarare la guerra dei gravamenti ai debitori morosi. Avete ragione, tuttavia considerate come per molti quello che voi chiamate ricchezza mobile sia miseria stabile, e come il meschino guadagno non basti ai primi bisogni della vita. Che rileva ciò? Rispondono, virtù sono la sobrietà e la temperanza; digiunino una volta la settimana, il digiuno viene raccomandato dal Vangelo, rincalzano i Giudei. Bene sta, ma allora come il popolo giocherà al lotto? Anch'esso è necessario per pagare l'interesse del cinque sopra cartelle comprate al quaranta, ed anco meno per cento. Digiuni un altro giorno, ripicchiano i governatori della Banca Nazionale. Ormai il debito e il credito hanno partorito una feroce complicità: se guardi alla intenzione ed agli effetti tu vedrai uscirne le medesime sequele dei capitali delitti, e tuttavia mentre del processo Stastings si parlò con orrore per tutta Europa, oggi discorrono di amministrare a cotesta maniera parecchi Stati con mirabile tranquillità: tutto si connatura, anco il morbo asiatico. Se io mi fossi trovato nei piedi del Peabody avrei istituito un premio di dieci milioni di dollari per colui che trovasse la maniera d'inoculare la fame; dormono i grandi ingegni in Italia? Su, sorga qualcheduno, il quale con questa scoperta faccia impallidire la gloria dell'Jenner.
Un dì si vedeva una nobilea spennacchiata, che se ne stava in sussiego come uccello che mudi nella aspettativa di rinnovare le piume, le quali non si rimettevano mai: pure crogiolandosi nei suoi titoli ella guardava con occhio obliquo la gente nuova, e i subiti guadagni aveva in dispregio; Napoleone I, il grande schernitore della razza umana, promosse a tutt'uomo la miscela del danaro plebeo con la povertà superba della nobilea; buttò il concio a far rinvenire le terre sterilite, e lo diceva. I nobili allora allungavano la mano, prendevano e disprezzavano: adesso non più così; su la sera vennero i nobili a parte delle baratterie, e ci si misero con l'agonia di cui sente avere tardato troppo ed ha bisogno di rimettere il tempo perduto; libidine di vergine trentenne; un giorno i nobili spregiavano gli usurai, ma non gli odiavano, e avevano ragione; gli usurai odiavano i nobili, ma non gli spregiavano, e non avevano torto; oggi stanno insieme, e a buon diritto si disprezzano e si odiano da entrambe lo parti: in turpe gara titoli, rapina, e servitù.