Marcello accompagnando, secondochè si costuma, il dottore fino all'uscio di casa, gli domandò per mettere in quiete la sua coscienza, la quale gli rimproverava non aver prima ricorso a lui, se la malattia della Betta fosse di qualità che, curata a tempo, potesse guarirsi.

— No, rispose il medico; le si poteva prolungare per qualche giorno, in mezzo ai dolori, la vita: mi sono doluto, che non mi aveste chiamato prima così per abitudine, che per altro, costumando noi altri medici mettere le mani avanti per non cascare; ed io, sappiate, sono di quelli che credono in coscienza carità cristiana in questa maniera di malattie abbreviare le sofferenze del paziente, ma ciò non usa, e il costume fa legge. Vi rammentate la storia degli appestati di Giaffa? Napoleone costretto ad abbandonarli presagiva di certo che i Turchi gli avrebbero lacerati in brandelli, onde gli parve partito umano ministrare loro forte dose di oppio perchè morissero in pace, senonchè il medico Desgenettes ci si rifiutava netto con una frase da tamburo, che suona perchè è vuoto: «l'arte mia consiste nel restituire agli infermi la salute, non già privarli di vita.» No, signore, io non la intendo così; per me l'arte medica si mette dinanzi due fini del pari importanti; il primo, e principale, rendere la salute quando si può, e di rado si può; il secondo, di alleviare con tutti i mezzi la sofferenza. Qui nel caso nostro si tratta di vizio organico, il cuore è guasto profondamente, il palpito, irregolarissimo, minaccia da un punto all'altro cessare: le acque spandendosi per tutta la persona hanno compìto l'anasarca... Vi manderò una pozione oppiata... gliela ministrerete spesso in piccole dosi... Se anche in copiose, non ci sarà niente di male.

— Capisco, — rispose Marcello, — ma io gliela porgerò in piccole; perchè, sarà la mia, se volete, una virtù codarda, ma dall'altro canto considero che persuadendo l'uomo di sostituire il proprio arbitrio alla regola, non sapremo più dove andremo a cascare una volta scavalcato il fosso.

Il medico tentennando il capo parve assentire, e nel prendere licenza raccomandò a Marcello, sia di notte, sia di giorno, non si rimanesse di mandarlo a chiamare; soprattutto badasse allo zio; e strettagli forte la mano si partì.

Con pietoso inganno (la Betta in ciò adoperandosi massimamente) Marcello ed Isabella giunsero a nascondere allo zio Orazio lo stato in cui si versava l'affettuosissima donna; ma giunta la terza sera dopo la prima visita del medico, Betta fece cenno a Marcello le si accostasse; allora di un tratto gli gettò le braccia al collo e pianse; poi con un filo di voce gli disse:

— Figliuolo mio, non ne posso più... ecco, mi sento proprio morire: ho considerato se mi riusciva astenermi da rivedere lo zio, ma non ho forza che mi basti: vammelo a chiamare; tanto questo dolore ha da soffrire... ed io qualche parola che lo consoli potrò pure dirgliela.

Orazio, udita la chiamata, antivedendo sciagura, si gettò giù dal letto, e avvolto appena dentro una coperta fu al capezzale di Betta, la quale tostochè lo vide così sciorinato prese affannosa a parlare:

— Marcello, per l'amore di Dio, fa' di coprire lo zio, che non abbia a chiappare qualche malanno.

— Sì, giusto — replicava Orazio respingendo stizzoso Marcello — adesso è caso di pensare a reumi! Che novità son queste, Betta? Betta, Signore! Betta, non mi spaventare.... dimmi? Come ti senti? Bene, non è vero? Via, non tanto male.

— Signor Orazio non si spaventi; si metta a sedere qui accanto a me. Senta io l'ho conosciuto sempre uomo di stocco e cristiano: dunque si chiami le sue virtù intorno al cuore per sopportare l'annunzio che fra poco.... stanotte.... di qui a due ore Betta la lascerà.... la lascerà per sempre.