— Mi maraviglio di voi, signor cavaliere; io non ho la pessima usanza di pigliarmi gioco di chicchessia, massime in occasioni tanto solenni. E poichè vi abbiate pegno che io parlo da senno, vi accerto addirittura, che non sarò mai per accettare dichiarazione, la quale anche di una sola virgola differisse da questa.

— Com'è così andiamo innanzi: rimane inteso, che al mio primo appartiene la scelta delle armi.

— Adagio, chè ho fretta, cavaliere — soggiunse il colonnello — la scelta delle armi al contrario spetta al mio.

— Oh! quanto a questo poi non cedo.... — esclamò vivacemente il Luridi, lieto nella speranza gli si parasse davanti un attaccagnolo, onde uscirne pel rotto della cuffia, e l'altro:

— La è chiara come l'acqua. O scusi, chi provocò il primo? Chi toccava il cavaliere Faina? Chi gli badava? O non dettò egli le ingiurie? O non consentì egli che l'infame disegno nel suo giornale si pubblicasse?

— Questo non è provato, mentre lo schiaffo è chiaro e lampante; inoltre se le cose allegate costituiscano o no ingiuria vorrebbesi discutere e provare, mentre lo schiaffo è schiaffo in tutte le cinque parti del mondo.

— Eh! in coscienza non potrei dire diversamente, ma tanto è, la provocazione mosse dal cavaliere Faina, tutto al più potrei, sebbene a malincuore, convenire per la parte del mio primo esservi corso eccesso; ora voi, signor cavaliere Luridi, che siete versatissimo in questa maniera negozi, voi sapete come si proceda in simili casi; se ne rimette la scelta alla sorte.

— No davvero, qui non ci cade dubbio; la scelta dell'arme va de jure al mio primo.

— Cavaliere, pigliate un granchio.

— Marchese, prendete un marrone.